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I nuovi (contemporanei) mostri

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Giorgia Meloni alla Presidenza del Consiglio dei Ministri

Dopo poco meno di un mese dalla vittoria elettorale, il 22 ottobre l’Onorevole Giorgia Meloni giura come Presidente del Consiglio dei Ministri di fronte a Mattarella e alla nazione intera. Palpabile la sua emozione, anche attraverso le telecamere, e innegabile il raggiungimento di un traguardo non più solo teorico: è la prima donna a capo del Governo Italiano. Di destra, di centro o di sinistra, un brivido avrà percorso la colonna, le braccia o le gambe di molte cittadine, fiere anche semplicemente della rappresentanza femminile, capaci, magari, di scindere, solo per un momento emotivo e sentimentale, la lotta politica da quella di genere. Tutto meraviglioso, e senza dubbio ricco di empatia, fino a che la neo premier non ha dichiarato ufficialmente di voler essere chiamata “il” Presidente, abbandonando, in questo modo, anche la grammatica italiana di base. Cadono, a me e credo a molte altre, le braccia: ammetto di aver avuto quei brividi nel sentire una voce femminile giurare per la prima volta; ammetto di essermi emozionata; ammetto di essere stata in grado di abbandonare in quegli attimi la mia avversione politica nei suoi confronti. È bastato un secondo e una sola dichiarazione ad annullare tutte queste sensazioni e a ricordare chi avevo difronte. Il ribrezzo, poi, per chi, come il giornalista Nicola Porro, grida allo schiaffo femminista e gongola di questa presa di posizione, ristabilisce con grande facilità i giusti equilibri: il nostro Presidente ha fatto delle parole “sono una donna” il suo grido di battaglia, messe addirittura in musica, tradotte, identificative della persona e del personaggio. Se la mente non mi inganna, l’articolo determinativo femminile è “la”, così come il suo “una” è il corrispettivo indeterminativo, sempre utilizzato e urlato a gran voce. Non mi dilungo oltre sulla questione femminista, avendo molto da commentare sulla squadra schierata dal nostro Presidente, vi invito, quindi, a leggere l’articolo “Non basta avere una donna premier per sfondare il tetto di cristallo” della nostra Ludovica Di Ciano, uscito proprio questo sabato per la sua rubrica “Fili d’erba calpestati”. 

Il “Governo dei migliori”

Viste le elezioni presidenziali di Senato e Camera, immaginavo (o, più propriamente, speravo) di poter vedere una schiera ministeriale decisamente più moderata di quella presentata dalla Meloni. Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio fa già mal sperare: Alfredo Mantovano è un cattolico conservatore, anch’egli passato per Alleanza Nazionale. Sappiate che per lui essere esecutori della legge ed essere esecutori del diritto sono due cose altamente diverse, e la seconda è decisamente meno importante della prima. Le dichiarazioni su omosessuali e omofobia sono, udite udite, riprovevoli: “l’omosessualità è una disarmonia rispetto alla visione naturale dell’uomo”. Condanna le violenze omofobe, ci mancherebbe, però, per lui, i gay non dovrebbero proprio esistere. Li vede un po’ come il parmigiano sulle cozze: stonano. 

Uno dei due vicepremier lo conosciamo molto bene: Matteo Salvini, a cui è stato dato il mandato per il Ministero delle Infrastrutture e delle Mobilità Sostenibili. Un ruolo che certamente rispecchia la sua carriera, ma non riesco a ricordare validi attributi meritevoli di nota ed efficienti per l’Italia da parte di Matteo Salvini che dovrebbero essere scontati dato che ci troviamo di fronte ai migliori. Non devo, però, essere cattiva e fare la solita sinistroide polemica: senz’altro è colpa della mia memoria poco ferrea, o delle condizioni governative poco ospitali che ha subito negli anni difficili e cinque stellati (Papeete a parte). 

Ha attirato, poi, in particolare, la mia attenzione la ministra Eugenia Maria Roccella, a cui è stato dato il mandato per il Ministero della Famiglia, della Natalità e delle Pari Opportunità.

La Roccella va ricordata per le sue posizioni sull’aborto, definito “il lato oscuro della maternità”: non vedo come un’antiabortista possa ricoprire tale incarico equamente, rispettando le scelte e i diritti legittimi di ogni donna. La maggioranza ha dichiarato ripetutamente che la legge 194 non sarà intaccata in alcun modo, ma la nostra ministra dovrebbe essere in grado e, anzi, dovrebbe lottare con forza contro proposte di legge come quella di Gasparri per modificare i diritti del feto, che di fatto non tocca la legge 194, ma la rende pressoché inutile. Volendole lasciare il beneficio del dubbio, possiamo sperare nelle sue capacità, ma le sue dichiarazioni fanno presagire l’avvenire di tempi di guerra all’aborto, messa in atto attraverso mancata o carente assistenza medica e sensi di colpa. Siamo nel 2022 e pare ci sia la minaccia di un ritorno ai tempi dell’oscurantismo attraverso la demolizione mascherata di diritti che dovrebbero essere ormai scontati. 

Difesa e Turismo: conflitti di interesse

Il braccio destro di Giorgia Meloni, Guido Crosetto, che in campagna elettorale ha più volte dichiarato di non essersi candidato perché non interessato ad entrare nel Governo, è oggi il nostro nuovo Ministro alla Difesa. La sua carriera nell’industria della Difesa, per l’appunto, lo aveva già portato ad abbandonare la politica una prima volta nel 2014, per dedicarsi, in particolare, al suo ruolo di presidente dell’AIAD, Federazione aziende italiane per l’aerospazio, la difesa e la sicurezza. Nel più vicino 2020 era stato nominato anche presidente di Orizzonte sistemi navali, joint venture per la realizzazione di tecnologie legate alle armi e alle navi militari. Tutto questo fa temere un conflitto di interessi di una certa portata, ma Crosetto ha dichiarato, più volte, negli ultimi due giorni, di voler abbandonare ogni collegamento con il mondo industriale, vendendo, addirittura, alcune proprietà di famiglia, per evitare ogni tipo di implicazione. Certamente questa scelta rassicura, ma la riterrei scontata e necessaria per l’accettazione stessa del ruolo istituzionale. Diversa è, poi, la capacità di saper scindere l’operato dei prossimi cinque anni da quelli passati nel settore. Proverò a tendergli la mano e a credere nelle sue buone intenzioni. 

Difficile fare altrettanto con Daniela Santanchè, nominata Ministro del Turismo, proprietaria del Twiga e in società con Flavio Briatore per la discoteca Billionaire. Le parole non assicurano i fatti, ma quantomeno possono lasciar intendere un impegno a non sfruttare il ruolo istituzionale per riempire le proprie tasche, già discretamente ricolme. Un silenzio assordante che non posso tollerare: la fiducia, si intende, va guadagnata nel tempo, ma dovrebbe appoggiare su una minima base che, al momento, manca completamente. 

Qualche considerazione personale

Il sessantottesimo esecutivo della Repubblica Italiana presto comincerà i suoi lavori. È stato definito, come io stessa ho citato in uno dei sottotitoli, il “Governo dei migliori”. Di dubbi, purtroppo, ne ho più di uno: se questi sono i migliori possibili della classe dirigente italiana, secondo la visione della destra meloniana, c’è da preoccuparsi. Si ritengono e autodefiniscono i “migliori” gli stessi che hanno ben pensato di aggiungere la dicitura “e del merito” al Ministero dell’Istruzione: non li trovo in grado di poter far fronte ai problemi già esistenti, visto che non si rendono conto di quanto queste due semplici parole possano generare in giovani già psicologicamente provati, nuovi gravi problemi. 

I programmi elettorali di Fratelli d’Italia e di tutta la coalizione erano, per me, improponibili e la scelta dei ministri ha solo peggiorato la nera visione nei confronti dei prossimi cinque anni che già pervadeva il mio animo.

Dare speranza alle nascoste capacità? La vedo dura. 

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