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I Marsi

Illustrazione: Benedetta Giammarco

Molti di noi conoscono l’immagine della statua di San Domenico ricoperta di serpenti che viene portato in processione per le strade di Cocullo.

Non tutti sanno che, come sempre in realtà, che si tratta di un culto pagano mascherato da cristiano.

In questo caso quel culto era quello di Angitia, Anaceta per i Peligni che anticamente abitavano a Cocullo e Anxa per il grande popolo dei Marsi.

Per i Marsi Anxa era particolarmente importante: questo popolo aveva fama di generare abili streghe e stregoni, quindi anche erboristi e guaritori, esperti nell’uso delle erbe medicinali, dei veleni e degli antidoti, incantatori di serpenti e guaritori dei loro morsi. Proprio come Anxa.

Accanto a lei, nel loro pantheon, troviamo gli Ioveis Pucleis (i Dioscuri),i fratelli Castore e Polluce, il primo domatore di cavalli, il secondo pugile. Principi di Sparta e figli di Zeus, parteciparono alle vicende degli Argonauti, al salvataggio della sorella Elena a Troia e al rapimento delle Leucippidi. Feronia, dea della fertilità, la dea Vesuna, paragonabile a Cerere e Flora, Valetudo, dea della salute e dell’igiene, e i Novesede, divinità saettatrici.

Ma non possiamo scordare Mamerte o Mors (Marte), la divinità della guerra che dà il nome al popolo dei Marsi, assunto dopo che si erano staccati dal grande gruppo sabellico attraverso un ver sacrum.rito attraverso cui dei giovani si staccavano dalla loro tribù e ne formavano un’altra in un posto nuovo. Conservano quindi la lingua osco-umbra, di cui parlano il dialetto marso appunto: ne abbiamo testimonianza nel Bronzo di Antino, un’offerta del meddís [il governante dei popoli osco-umbri, deteneva anche il potere militare e giudiziario.] Pacio Pacuvio alla dea Vesuna.

Per stabilirsi i Marsi scelsero l’area di quello che era il lago Fucino e iniziarono a fondare i loro centri: Marruvium (San Benedetto dei Marsi, Milonia (Ortona dei Marsi), Antinum (Civita D’Antino), Cerfennia (Collarmele), Plestinia (Pescina) e Lucus Angitiae (Luco dei Marsi), dove c’era il bosco sacro consacrato alla dea.

Con un territorio così ricco e bellicosi e orgogliosi com’erano i Marsi non poteva tardare lo scontro con la nascente Roma. Nel 325 a.C., con i Vestini, i Peligni e i Marrucini, i Marsi prendono parte alla confederazione che si scontrò con i Romani durante la Seconda Guerra Sannitica. Il Console Decimo Giunio Bruto Sceva devasta completamente le campagne italiche, con l’intento di prevenire un attacco che non c’era ancora stato, costringendo gli italici a scendere in campo provocati e poi a trincerarsi nelle loro cittadelle. Ci fu poi una breve scontro di Sanniti, tra cui i Marsi, con le legioni di Quinto Fabio Massimo Rulliano: a quel punto i Romani si stanziarono in territorio equo per cominciare a penetrare e controllare il tessuto sociale italico.

Fu per questo che come altri popoli inizialmente i Marsi, nel 304 a.C., non aderirono subito alle Lega Sannitica, ma inviarono ambasciatori a Roma per chiedere un’alleanza, rotta tre anni dopo quando i guerrieri Marsi occuparono la colonia Romana di Carsioli: i Romani occuparono a loro volta le città marse di Milonia, Plestinia e Fresilia, stabilendo di ricevere territorio in cambio di una rinnovata alleanza.

Riuscirono tuttavia a mantenere una certa autonomia, restando fedeli a Roma anche durante le guerre pirriche [guerra tra la Repubblica romana e il Re Pirro di Epiro, a capo di una coalizione greco-italica, tra il 280 a.C. e il 275 a.C.] e combattendo con la Repubblica durante la Seconda Guerra Punica.

Tuttavia il rapporto con Roma non poteva che essere instabile, fino a culminare nella famosa Guerra Sociale, dal 91 a.C., di cui i Marsi furono tra i principali ispiratori. L’imponente esercito era diviso in due: il troncone Sannitico guidato da Gaio Papio Mutilo e quello Sabellico guidato dal marso Quinto Poppedio Silone. I Marsi parteciparono alle difesa di Ascoli e di Fermo l’anno dopo, tendendo anche un’imboscata ai Romani e sconfiggendo Quinto Servilio Cepione il Giovane.

Tuttavia come sappiamo, a questo punto Roma smise di avere ogni remora e ogni più basilare briciolo di dignità umana, cominciando a devastare senza pietà le città italiche e costringendo i loro abitanti alla resa.

Con la Lex Iulia de Civitate la cittadinanza romana venne estesa a tutti i popoli italici, che vengono così definitivamente sottomessi dal futuro impero forzatamente latinizzati.

La loro forza resterà leggendaria, d’altra parte “per fare un guerriero marsicano sono necessari quattro legionari romani”.

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