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Gustav Mahler

Illustrazione: Giacomo Sbaraglia

Titani romantici in balia del destino – Parte seconda.

“Gesti. Mani che si muovono volando nel buio: gesticolano, indicano, imponendosi nello spazio. Sembrano gli arti di un pazzo, uno dei quali stringe morbosamente una bacchetta, come un salvagente in un oceano scuro. E’ un disperato appello ad ascoltare, ad osservare il cataclisma che sta avvenendo in quel momento sotto le sue mani. Chi è questo pazzo? E’ un direttore celebre in tutta Europa che, capricciosamente, si è dato alla composizione. Cos’ha dimostrato? Una stramberia e una magniloquenza che sconcerta: ne parla tutta la buona gente di Vienna, tutti gli studiosi (e non solo) si sentono in dovere di dire la loro. Che cosa ne penso? Quell’esule del mondo dice tutto ma non dice niente: ho sentito molto, troppo, ma non ho visto nulla.”

 

Questo immaginario articolista di fine ottocento/inizio novecento è, oltre che indignato, sconvolto, confuso. Lo sarebbe ancora di più se seguisse dal principio la storia con la quale ci siamo lasciati tempo fa, iniziata con il compositore tardo-romantico austriaco Anton Bruckner e le sue innovazioni musicali, nonché la sua personalità complicata malvista dagli ambienti conservatori austriaci. Il critico si gratterebbe la testa se sapesse che le porte della modernità, intuite e schiuse dall’opera dell’austriaco, furono riscoperte e spalancate da un suo allievo, una delle poche persone che gli rimasero sempre a fianco. Se ne andrebbe infuriato, poi, qualora vedesse l’ascesa di questo nuovo protagonista, che fece capolino, quasi timidamente, da sotto l’ala di un gigante del sinfonismo quale fu Bruckner, diventando un titano esso stesso: Gustav Mahler. Diceva egli stesso che solo dopo cinquant’anni dopo la sua morte le sue opere sarebbero state apprezzate: come sarebbe accaduto per altre delle sue proverbiali profezie, aveva ragione. Il destino era contrario, capriccioso e sardonico.



Il prodigio del caos

Tutto nasce da un fondale sonoro che richiama la natura: si sente sulla pelle il sole che sorge, nelle orecchie gli uccelli che si lanciano i “buongiorno”, lontane fanfare di gaiezza. La primavera si è svegliata.

 

Nato nel 1860 in Boemia (allora nell’ex Impero Austro Ungarico), in una numerosa, quanto povera, famiglia di origine ebraica, Gustav fu introdotto alla musica grazie al padre, violinista dilettante. Visse fin da subito un’infanzia difficile, segnata dalla morte di otto dei suoi quattordici fratelli e dagli abusi domestici all’interno della sua casa. Sigmund Freud, padre della psicanalisi, che fu un estimatore di Mahler, documentò che, un giorno della sua infanzia, il futuro compositore corse esasperato fuori di casa, per sfuggire alle tensioni in famiglia, ritrovandosi invece avvolto da una rete di caotiche strade cittadine: rumorosi gruppi di passanti, bande militari, canzonette di strada e clangori di lavoratori. Il bambino, sopraffatto dalle emozioni, svenne. In seguito fu anche il suicidio del fratello maggiore ad indurire l’animo del giovane, renderlo irascibile ed egocentrico, farlo crescere consapevole delle sue potenzialità e insicuro del mondo esterno.

 

Nonostante le difficoltà e le tragedie, che pur lo segnarono traumaticamente nell’animo e nella musica, il giovane Mahler dimostrò un precoce talento musicale. Difatti, a soli quindici anni, fu ammesso al Conservatorio di Vienna e studiò sotto la tutela di Anton Bruckner, diplomandosi in soli tre anni. Da ventenne debuttò come direttore d’orchestra, attraversando i maggiori centri culturali d’Europa, da Budapest ad Amburgo, e mosse i primi passi con la composizione, facendosi conoscere anche all’estero. Sarebbe diventato uno dei direttori più prolifici del suo tempo, un maestro dell’orchestrazione e della composizione, utilizzando orchestre di proporzioni titaniche e variegate, nuovi strumenti e timbri sonori, armonie futuristiche e complessi procedimenti di costruzione tematica: insomma, colui che avrebbe riassunto tutta la tradizione sinfonica classico-romantica, l’avrebbe elevata al massimo grado e portata infine all’estinzione.

 

La città dell’incomprensione

Nel 1897 Mahler iniziò la collaborazione con il teatro dell’Opera Imperiale di Vienna, passata alla storia con oneri e onori, da una parte visionarie ed innovative produzioni, dall’altra la bassa, bigotta società viennese. Nominato dall’Impero asburgico direttore artistico del teatro, solo dopo aver ottenuto la sua conversione dall’ebraismo al cattolicesimo, il boemo ottenne grandi e numerosi consensi per la qualità eccezionale delle produzioni operistiche, appartenenti sia al repertorio classico, come Mozart e Gluck, che ai compositori suoi contemporanei, come Strauss, Wolf e Puccini. D’altra parte però, come era accaduto al suo maestro Bruckner, Mahler non riscontrò mai lo stesso riscontro di successo, e soprattutto l’apprezzamento, verso le sue opere, rispetto alla sua attività di direzione. In conclusione, il periodo nella capitale asburgica, centro di un multiculturale e artisticamente vivace impero, non fu segnato solo dalla crescita artistica e dai fasti, ma anche da ambiguità ed ostacoli, generati dalle critiche militanti e dall’antisemitismo rampante. 

 

In quel periodo, sotto l’imperatore Francesco Giuseppe, l’impero asburgico iniziava a dimostrare evidenti falle e crepe nella sua dorata superficie, rimanendo indietro rispetto alla modernità di inizio ‘900 e abbandonandosi anzi al vecchio, al caotico crogiolo di culture ad un passo dalla guerra totale. Le convenzioni dell’alta società viennese, unite al razzismo e alle divergenze interne all’Opera, contribuirono a fiaccare l’animo ed il corpo di Mahler, operatore culturale individualista ed egocentrico, per quanto geniale e vulcanico: tutto però, sarebbe cambiato presto. Nel 1907, precisamente. Fu infatti l’anno in cui il compositore rassegnò delle amare e disilluse dimissioni dal teatro di Vienna, perse la sua primogenita, Maria, e scoprì di avere una grave ed incurabile malattia cardiaca. Lasciata Vienna, Mahler visse gli ultimi anni tra l’Austria e gli Stati Uniti, alternando l’attività di compositore a quella direttoriale: l’estate per la prima, l’inverno per la seconda. 

 

La sinfonia chiama l’invisibile

Eppure, la musica di Mahler chiamava, reclamava la sua città, Vienna, e ne rappresentava la commistione di basso e alto, di classico e moderno. Attraverso un’ipertrofia di linguaggio diventata proverbiale, infatti, trasmetteva il caos con fanfare di ottoni, motivi boemi ed ebraici, filastrocche popolari (come ad esempio “Fra Martino”), ritmi di danza degni di un caffé concerto, cori e voci che cantano poesie popolari, colpi di martello, elementi tutti estranei alla musica d’arte ed inseriti in un contesto assai eterogeneo, ma, tutto sommato, teso verso un contenuto espressivo unico, invisibile

 

Una sinfonia del boemo non è solo musica, ma una riflessione filosofica, uno sguardo, o un’esperienza del mondo intero. Dal trionfo del Titano, alla Resurrezione, da ciò che l’ordine gerarchico del mondo comunica al compositore, alle mille voci dell’amore universale, alla tragica caduta di un eroe per mano di tre colpi di martello (una profezia, fatta nel 1906, dei tre mali che l’avrebbero colpito l’anno successivo?). Tutto è prodotto dal contrasto, dal conflitto tra i lati personali di Mahler: compositore o direttore, ebreo o cattolico, progressista o nostalgico, cittadino o amante della natura, misantropo o amico dell’umanità?

 

Agli estremi

Nel 1901, Mahler incontrò Alma Schindler, talentuosa musicista e compositrice della quale si innamorò e alla quale, tra l’altro, dedicò come lettera d’amore il celebre e sentimentale Adagietto dalla sua Quinta Sinfonia. Fu un rapporto complesso, ricco di lati oscuri, di comunicazione segreta attraverso la musica che potevano comprendere solo i due amanti, fatta anche di silenzi. Una volta sposati, infatti, Gustav stabilì che poteva esserci un solo compositore in casa, vietando severamente alla moglie di comporre, e imponendole anzi il compito di supportarlo. Ciò pose le basi per il complicato avvenire tra di loro, che avrebbe attraversato momenti di felicità, come le estati in famiglia sul lago dedite alla composizione e alla spensieratezza, ma anche tragedie devastanti, quando entrambe le figlie caddero malate di difterite, e la primogenita, Maria, morì. Vedremo in seguito che la stessa Alma, afflitta dall’egocentrismo e dall’oscuro sottobosco psicologico del marito, tenterà di imboccare una strada diversa, e che nonostante ciò, Gustav le destinerà il dono più grande anche in punto di morte: la sua musica.

 

Già, la sua musica. Mahler spinse ai limiti le tessiture assodate dalla musica occidentale, ricercando gli estremi del linguaggio sinfonico: estrema forza o debolezza, stridenti dissonanza, lunghezza mastodontica delle composizioni, schemi alternativi delle tonalità e soprattutto espressione spinta all’estremo. Un po’ come il suo maestro, Bruckner, anche se pochi aspetti, contrariamente a ciò che potrebbe sembrare, accomunano le due opere: sono facce d’una stessa medaglia, la prima rimbalzando come uno specchio lo spettatore alla riflessione, totale, metafisica del mondo, la seconda accompagnandolo all’esplorazione del mondo interiore del compositore. Entrambe le produzioni, d’altro canto, rimandano con enfasi, potenza e fumosa eloquenza ad un’oscura e remota verità, che non possiamo comprendere…ma dalla cui concretezza manifesta veniamo imprigionati a vita.

 

La morte…a Vienna.

Nel 1911, Gustav Mahler scelse la sua casa, Vienna, come luogo dove tornare per morire, riposare in pace nonostante quel territorio sarebbe stato teatro di una feroce guerra di lì a pochi anni, circondato dalla moglie Alma e dalla figlia superstite, Anna, nonché dalla sua amica di sempre, la musica. Malato e sconsolato, aveva scoperto l’anno precedente che Alma lo tradiva con Walter Gropius, architetto fondatore del Bauhaus: ne fu devastato, e nonostante ciò dedicò le sue ultime note a lei, all’essere umano stesso. Fece in tempo a completare la nona sinfonia, un addio a tutto ciò che aveva amato, al mondo, alla vita, alla musica stessa. Leonard Bernstein, leggendario direttore d’orchestra, la descrive come “un addio alla tonalità, al modo di comporre prettamente germanico-austriaco” e ancora, un prodotto assemblato con “fragili nodi fatti dai suoi stessi nervi e tendini”: preghiere, corali, inni e canzoni disperate, senza risposta, che muoiono nel silenzio. Come disse Bernstein: “la musica non era mai arrivata così vicina alla morte”. 

 

Mahler aveva però ancora le forze per comporre la sua decima sinfonia, spezzare la maledizione che aveva colpito i sinfonisti venuti prima di lui, morti subito dopo aver composto la loro nona fatica: Beethoven, Schubert, Bruckner, Dvorak. Non fece in tempo. Di essa oggi rimane eseguibile con fedeltà il solo Adagio iniziale, prima apocalittico e poi agonizzante, anticipatore di sonorità ed atmosfere che sarebbero venute solo nel dopoguerra con la dissoluzione della tonalità musicale, operata dal suo protetto Arnold Schoenberg. Una tragica e disillusa meditazione sulla condizione umana, che attraversa orrori e spazi vuoti nella strada verso la morte, a metà fra la bellezza, che fa accapponare la pelle, e la desolazione, che fa apprezzare di più il bello vissuto. 

 

Verso l’invisibile

Mahler morì in un giorno di Maggio del 1911. Da quel giorno in poi la sua opera rimase completamente sepolta dall’antisemitismo verso il compositore, dall’incomprensione verso il suo stesso valore e dai divieti di esecuzione emanati dai regimi totalitari. Furono direttori come Bernstein, consci del potenziale inesplorato di questa produzione dimenticata, a portarla alla ribalta dagli anni ‘60, riempiendo sale da concerto e facendo innamorare il mondo intero delle sinfonie del compositore. La stessa profezia di Gustav, accennata all’inizio del nostro viaggio, aveva fatto il suo lavoro: la primavera era tornata.


“Appoggiato allo schienale della poltrona, il capo aveva seguito lo spostamento della lontana figura errabonda; ora si sollevò rispondendo all’invito dello sguardo, e ricadde sul petto con gli occhi stravolti, mentre il viso assumeva un’espressione distesa, intimamente assorta, come di profondo sonno. Ma a lui parve che il pallido e gentile psicagogo laggiù gli sorridesse, gli accennasse, e staccando la mano dall’anca a indicare un punto lontano, lo precedesse a volo verso benefiche immensità. E come già tante volte aveva fatto, s’incamminò dietro a lui”. Le sue mani, rugose e stanche, si posarono sul morbido lenzuolo, libere di riposare, “e quello stesso giorno un mondo reverente e attonito ebbe l’annunzio della sua morte”. [Frammento tratto da “La morte a Venezia” di Thomas Mann, Classici Moderni Mondadori]

“Una sinfonia dev’essere come il mondo: deve contenere tutto.”

“Vorrei poter eseguire le mie sinfonie per la prima volta cinquant’anni dopo la mia morte…forse allora diventeranno popolari e amate.” 

Oh credi, cuore mio, oh credi,
nulla sarà perduto per te!
È tuo tutto ciò che hai desiderato,
tuo, ciò che hai amato, ciò per cui hai lottato.
Oh credi, non sei nato invano,
non hai vissuto invano, non hai sofferto invano!

Ciò che è stato creato deve perire,
ciò che è morto deve risorgere.
Non tremare più! Preparati a vivere!

O Dolore che tutto penetra!
Ti sono stato strappato via!
O Morte, che tutto conquista!
Adesso sei conquistata!

Con le ali che ho conquistato
Negli appassionati sforzi dell’amore salirò
Verso la luce dove nessuno sguardo è penetrato.
Morirò per vivere!

Alzati, sì, risorgerai dai morti,
cuore mio, in un istante!
Ciò che hai conquistato
ti porterà a Dio.

 (“Resurrezione”, G. Mahler)
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