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Globe Theatre e sospiri di uguaglianza

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Se ci trovassimo (dire per caso è più improbabile dal solito ma ce lo faremo andar bene) a passeggiare nei pressi del Blackfriars Bridge potremmo imbatterci nella ricostruzione del Globe Theatre, che però non si è mai trovato lì: si ergeva originariamente sulla Maiden Lane, una strada di Covenant Garden che va da Bedford Street a ovest fino a Southampton Street a est. Il Globe è però andato a fuoco nel 1613, ricostruito nel 1614; viene poi definitivamente chiuso con un’ordinanza nel 1642 e demolito nel 1644. Qui venne rappresentata tra il 1611 e il 1612 “La Tempesta”, dramma di William Shakespeare in cinque atti. La prima assoluta, in realtà, è avvenuta al Whitehall Palace di Londra nel 1611, ma non potevo non citare il Globe (spero mi perdonerete) sia per il mio spassionato amore per questo luogo, sia per la sua importanza storica e culturale. 

Il Globe Theatre fu edificato nel 1599 dalla compagnia teatrale “Lord Chamberlain’s Men”, conosciuta ormai come la “Compagnia di Shakespeare”, e nella costruzione venne usato il legname del Theatre. Si chiamava infatti “The Theatre” il primo grande anfiteatro aperto al pubblico dell’età elisabettiana, nel quartiere periferico di Shoreditch nel 1576, su un terreno preso in affitto dal puritano Giles Allen, il quale venti anni più tardi ne pretese la restituzione e ordinò la demolizione del teatro, e fu costruito dall’attore e impresario James Burbage e dal cognato John Brayne; egli era stato il proprietario del primo teatro stabile inglese, il Red Lion, che aprì nel 1567, ma ebbe scarso successo e vita breve.

La costruzione di grandi teatri pubblici, come appunto il Theater e il Globe, che si rivelarono particolarmente redditizi (fattore essenziale per il successo e lo sviluppo del dramma inglese rinascimentale), fu richiesta quando il sindaco e la Corporation of London vietarono tutte le rappresentazioni nel 1572 come misura contro la peste e, in seguito, bandirono tutti gli attori dalla città nel 1575: così vennero edificati teatri stabili che non fossero sotto la giurisdizione di Londra, nelle liberties di Halliwell/Holywell a Shoreditch e, più avanti, Clink, e a Newington Butts, vicino al quartiere dei divertimenti stabilito a St. George’s Fields nel Surrey. 

Le rappresentazioni, ad esempio, del Theatre però non erano assolutamente illecite, in quanto nello stesso 1576 la regina Elisabetta concesse ai Leicester’s men di Burbage una licenza, la quale li rendeva esenti dal vigente divieto alle pubbliche rappresentazioni teatrali.

Questi teatri, che siamo soliti chiamare “teatri elisabettiani”, in quanto nati durante la reggenza di Elisabetta I, sono tra le prime manifestazioni di teatro moderno propriamente detto, nonché una delle più documentate: abbiamo informazioni dettagliate non solo sulla struttura fisica di questi luoghi, ma anche della loro organizzazione, del loro ruolo sociale e da chi erano popolati prima e dopo il momento della rappresentazione. 

Parlando in maniera più specifica, sappiamo che la struttura del Globe Theatre, interamente in legno, era ottagonale per dare un effetto circolare e si sviluppava in altezza su tre livelli di gallerie, rivolti verso l’interno, che circondavano uno spazio aperto centrale che permetteva un’illuminazione naturale, sostituita all’occorrenza dalle torce.

Il palcoscenico era una piattaforma (anch’essa in legno) che quasi si introduceva nella platea, che lo circondava da tre lati, sopraelevata (di un metro e mezzo circa) e coperta da un tetto. Sul fondo erano collocate le porte di ingresso e uscita degli attori e le sedie per i musicisti. 

Per quanto riguarda gli attori (in questo caso “propriamente detti”) questi vivono una realtà di “compagnia”: infatti il lavoro è organizzato per troupes, ovvero appunti delle compagnie, composte da attori (tanto per cambiare tendenzialmente sottopagati) e i cosiddetti playwrights, cioè i drammaturghi (che erano quasi sempre anche attori).

C’è anche da dire che gli attori dovevano far fronte a due difficoltà totalmente assenti nel teatro che noi conosciamo: la prima è l’assenza di qualunque tipo di effetto speciale, alla quale dovevano sopperire con capacità gestuali, mimiche e verbali, mentre la seconda è relativa all’intervento del pubblico, che manifestava il proprio assenso/dissenso rumorosamente durante la messinscena, e di cui gli attori dovevano tenere conto.

Inoltre, come molti già sanno, alle donne era proibito il mestiere di attore e così i ruoli femminili venivano affidati a ragazzi adolescenti.

Al teatro poteva avere accesso chiunque fosse, senza distinzione di classe o genere, in possesso di un biglietto (1 penny per i posti in piedi, a ridosso del palco nella sezione centrale del teatro, 2 penny per i posti a sedere nelle gallerie circolari).

Ci troviamo davanti a uno degli snodi più importanti della storia del teatro moderno, forse addirittura il più importante. Il teatro torna ad essere ciò che era: l’espressione di una collettività dalla collettività per la collettività. È quel momento della giornata in cui gli spettatori erano solo spettatori, senza distinzioni o differenze. Solo uomini che guardano e ascoltano e vivono una storia, e da questa imparano. Quasi come fossimo tutti uguali.

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