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Futurismo e Fascismo

Illustrazione: Maria Brancatisano

Un falso storico?

Una delle opinioni più diffuse sull’avanguardia futurista in Italia è quella che la vede legata a doppio nodo con il regime e le ideologie fasciste, quasi in una forma di arte di stato. 

Tuttavia ci sono due motivi principali per cui questa opinione è da considerarsi, almeno in gran parte, errata. Sebbene possano essere vari i punti di contatto ideologici, storici e culturali con il fascismo, ci sono, a mio avviso, due punti fondamentali che ci permettono di discernere le due tendenze.

In primo luogo, alcuni elementi delle radici culturali e ideologiche del futurismo lo distanziano da quelle che saranno le caratteristiche fondamentali del regime fascista. Innanzitutto molti degli artisti che presero parte al movimento futurista, provenivano da ambienti estremamente disparati, dalle file anarchiche, anarco-sindacaliste e perfino comuniste. Lo stesso Marinetti, considerabile tra i maggiori teorici del futurismo italiano e mondiale – se non un vero e proprio fondatore – proveniva dall’ambiente dei simbolisti francesi di stampo anarchico, e nel primo manifesto, pubblicato nel 1909 sulla rivista francese Le Figaro, Marinetti esalta il “gesto libertario”. Vero è che, nello stesso manifesto venivano glorificate idee nazionaliste che, oltre a essere forte punto di contatto con il fascismo, furono un collante per gran parte dell’ambiente intellettuale italiano del primo 900, superando le divergenze ideologiche e culturali.

Altro punto di divergenza fu che il primo futurismo fu caratterizzato da un fortissimo anticlericalismo che voleva “liberare l’Italia dalle chiese, dai preti, dai frati, dalle monache, dalle Madonne, dai ceri e dalle campane” e combattere “l’infame religione della rinuncia e delle lacrime che ha per simbolo deprimente l’uomo in croce”. Un anticlericalismo e una tendenza allo “svaticanamento” dell’Italia che portò con sé una sconsacrazione della città di Roma, definita nel 1913 da Giovanni Papini come città “mantenuta”. 

In secondo luogo è fondamentale evidenziare come al tempo della marcia su Roma, e a partire dal primo dopoguerra, la prima esperienza futurista fosse ormai esaurita. Molti intellettuali e artisti futuristi avevano perso la vita nell’entusiasmo dell’interventismo (uno su tutti Umberto Boccioni), altri avevano abbandonato la pittura futurista per dedicarsi a nuove esperienze, come accadde con Carlo Carrà e la metafisica di De Chirico o a Gino Severini con il cubismo; mentre il “secondo futurismo” promosso da artisti come Depero  e Prampolini aveva completamente diversi dal dinamismo plastico del primo futurismo. 

È inoltre importante ricordare come, nello stesso periodo in cui Marinetti, esaltato dall’esperienza di Fiume, concepiva il manifesto Al di là del comunismo, Antonio Gramsci, fondatore del Partito comunista italiano, tesseva lodi nei confronti di Marinetti in quanto “rivoluzionario dell’arte”. 

In ultima istanza, vorrei evidenziare come il partito fascista non scelse il movimento futurista –  considerato ormai come una reliquia a cui rendere omaggio – come propria “avanguardia di stato”, anche a causa dei motivi ideologici descritti in precedenza, dedicando questo ruolo al gruppo Novecento e relegando i futuristi a ruoli marginali: Marinetti fu nominato accademico d’Italia, nomina che fu vista come un oltraggio ai precedenti valori iconoclasti e antiaccademici del poeta. Lo stesso poeta che seguì sciaguratamente Mussolini nella tragica avventura di Salò nella sola speranza di una ripresa delle idee repubblicane e sociali che il fascismo aveva da tempo abbandonato. 

In conclusione, sebbene siano evidenti ed innegabili alcuni punti di contatto tra le ideologie e le idee dell’avanguardia futurista e quelle del futuro regime fascista, sono altrettanti i punti di divergenza che ci permettono di considerare lo stretto legame tra le due realtà come, a conti fatti, un falso storico

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