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Fallire dovrebbe essere diritto di tutti e colpa di nessuno

Copertina: Ilaria Barracca

Dall’inizio dell’anno in Italia si è registrato più di un suicidio al mese tra gli universitari; l’ultimo è avvenuto giovedì scorso, da parte di un ragazzo che frequentava la mia stessa università e la mia stessa facoltà. L’università, che dovrebbe essere il posto in cui formarsi, crescere e fiorire, diventa invece un luogo di morte. Secondo i recenti dati Istat sono circa 4000 i giovani che ogni anno, in Italia, si tolgono la vita; in Europa il suicidio è la seconda causa di morte tra i giovani. È impossibile conoscere tutte le ragioni che spingono una persona a compiere un gesto così estremo ma negli ultimi messaggi di tutti questi ragazzi ricorre sempre una stessa parola: fallimento.

Il termine fallimento deriva dal latino fallĕre, ovvero ingannare. Come spiegato dal giornalista Alessandro Sahebi, nel corso del tempo il significato primario di questa parola ha subito un cambiamento, assumendo un carattere riflessivo: oggi fallire significa ingannarsi, tradire le aspettative proprie e dell’intera società.

Ed è così che l’avere difficoltà a superare alcuni esami o semplicemente impiegare più tempo di altri, perdere il lavoro o non riuscire a trovarlo e, in generale, non rispettare le tappe e i tempi che la società ha imposto essere idonei per noi, ci induce a considerarci dei falliti. E nella società performativa che stiamo costruendo e in cui ci troviamo a vivere ogni giorno, «fallire significa sentirsi esclusi dal processo produttivo e, nei fatti, credere di perdere qualsiasi utilità» .

Oggi in Italia va molto di moda parlare di meritocrazia tanto che anche il Ministero dell’Istruzione è stato ridenominato in “dell’Istruzione e del Merito”. Bisogna premiare i migliori e punire i peggiori, i “non meritevoli”, facendo finta che esistano davvero metri di giudizio in grado di stabilire il valore di una persona.

Cosa si intende quando si parla di merito?

Nel 1958 lo psicologo Michael Young pubblica la satira distopica The rise of meritocracy in cui descrive la nascita di una società fondata sul merito come fonte di competizione; il merito viene definito come la messa in pratica dell’intelligenza e va continuamente misurato, comparato, potenziato e premiato. Dove l’intelligenza si configura come la capacità di aumentare la produzione, direttamente o indirettamente, ed è questa misura il criterio con cui la società giudica i propri membri.

Essere meritevole significa quindi essere produttivo; e se non sei produttivo, nei modi e nei tempi che la società richiede, allora diventi un fallito e non sei più utile, né a te stesso, né alla società che ti circonda.

In uno dei miei primi articoli, La meritocrazia, una conquista o una trappola? (puoi leggerlo qui), ho cercato di analizzare più approfonditamente il fenomeno della meritocrazia che molto spesso diventa soltanto una scusa per legittimare condizioni di privilegio.

Potremmo pensare infatti che non ci sia nulla di sbagliato nel premiare i più intelligenti o coloro che si impegnano di più e che quindi “meritano” di raggiungere obiettivi e posizioni che altri, meno capaci, non riescono a raggiungere, se non fosse che, nella riuscita personale di ciascuno, assume una sempre minor importanza la propensione del singolo all’impegno e al sacrificio, mentre un maggior ruolo è dato dalle condizioni economiche, culturali e sociali di provenienza di quell’individuo. La legge della meritocrazia produce disparità economica e crea distanze sociali incolmabili tra i cittadini; e molte volte viene utilizzata soltanto per garantire e conservare il potere di chi già lo detiene.

Non si può quindi utilizzare il merito come metro di giudizio per valutare una persona in quanto non partiamo tutti dagli stessi blocchi di partenza. Così come è impossibile utilizzare la produttività per misurare il valore di un individuo dato che l’uomo non è una macchina.

La meritocrazia e la smania della produttività diventano molto spesso dei veri e propri cavalli di Troia con i quali nascondere le responsabilità del nostro sistema produttivo e sociale e quelle politiche della nostra classe dirigente.

Mark Fisher, filosofo e sociologo britannico, nel suo saggio Realismo capitalista, dichiara di essersi sentito per tutta la durata della sua vita un “buono a nulla”, incapace di rispondere alle aspettative della società. In un testo uscito per il giornale The Occupied Times, Fisher indaga le radici sociali del suo malessere personale e spiega di aver compreso che, allo scopo di garantire l’assenza di ribellione, la classe dirigente ha inventato la teoria della responsabilizzazione del singolo individuo, spingendo ognuno di noi a credere che «la sua povertà, la mancanza di opportunità o la disoccupazione fossero colpa sua e solo sua. Gli individui incolpano se stessi piuttosto che la struttura sociale».

I modelli di potere che siamo abituati a subire e di conseguenza a riprodurre, scaricano sul singolo individuo la responsabilità del proprio insuccesso. Se vuoi puoi, se ti impegni ce la fai. Questo ci spinge a credere nel cosiddetto volontarismo magico, come lo definisce il terapeuta David Smail, che consiste nella convinzione che ogni persona abbia il potere di diventare ciò che vuole essere, indipendentemente da tutto il resto. Ma i dati sulla condizione formativa, lavorativa ed economica dei giovani italiani ci dicono che non è così. Impegnarsi non basta, serve un sostegno sociale, economico e psicologico, del quale la politica deve essere la diretta responsabile.

Un po’ di dati sulla situazione dei giovani italiani

L’Italia è il Paese europeo con il più alto numero di Neet, giovani che non lavorano e non studiano; si tratta di circa 3 milioni di persone, il 25 per cento dei ragazzi tra i 15 e i 34 anni. Il 39 per cento dei giovani del Sud sono Neet: le differenze territoriali incidono quindi notevolmente sul fenomeno. Così come quelle di genere dato che il 56 per cento dei Neet è rappresentato da donne e la prevalenza femminile resta invariata negli anni, a dimostrazione di quanto per una donna sia molto più difficile uscire da questa condizione. Il 20 per cento delle donne Neet è anche madre, a causa della disparità di genere nel lavoro di cura che obbliga le donne ad essere escluse dal mercato del lavoro.

Oltre alla disoccupazione giovanile, un altro fenomeno che in Italia è in aumento è l’abbandono scolastico: nel 2020, il 13,5 per cento dei ragazzi tra i 18 e i 24 anni ha interrotto il proprio percorso di studi prima del tempo. Siamo la terza nazione in Europa, dopo Romania e Spagna.

Il nostro Paese è in vetta alle classifiche anche per quanto riguarda l’abbandono universitario pari a circa il 15 per cento.

La disattenzione economica e culturale verso l’istruzione e la difficoltà che i giovani italiani hanno nel passaggio tra il mondo dell’istruzione e quello del lavoro favorisce un altro importante fenomeno, quello dei cervelli in fuga.

Tra il 2012 e il 2021 circa 1 milione di giovani italiani sono emigrati. Un quarto dei quali aveva una laurea: secondo i dati Istat, il 5-8 per cento dei giovani italiani altamente formati lascia il nostro Paese ogni anno. E i motivi che spingono i ragazzi, soprattutto tra i 25 e i 34 anni, ad andare via dall’Italia sono da riscontrare nelle migliori opportunità di lavoro, prospettive di carriera e di retribuzione che altri Paesi sanno offrire loro. 

Alla luce dei dati che descrivono la situazione formativa, lavorativa e di conseguenza economica che i giovani italiani si trovano a dover affrontare, capiamo che non siamo più di fronte ad una situazione emergenziale ma sistematica. E quello che potrebbe sembrare il fallimento di un singolo, come il lasciare la scuola o l’università, il non trovare un lavoro o il dover lasciare il proprio Paese in cerca di condizioni di vita migliori, è in realtà una responsabilità collettiva.

Da una parte continuiamo a replicare le logiche della cosiddetta società delle performance, che ci vuole performativi e produttivi a tutti i costi e dall’altra non solo ne veniamo schiacciati ma ne sentiamo anche tutta la responsabilità.

Se uno studente si sente un fallito quando in realtà è soltanto giovane, se un ragazzo arriva a compiere un gesto estremo come è il suicidio, allora dovremmo forse tutti chiederci se la società che stiamo costruendo e i modelli di potere e di produzione che stiamo replicando abbiano, senso.

Molto spesso siamo terrorizzati dal tempo che passa e dal non riuscire a rispettare tutte le tappe e i tempi che ci sono stati imposti. Abbiamo paura di non essere produttivi perché nel momento in cui smetti di esserlo, perdi la tua utilità e vieni tagliato fuori dalla società. Ma noi non siamo macchine né tantomeno merci, siamo persone. Ognuna con i propri tempi e con le proprie differenze, che dovrebbero essere salvaguardate e valorizzate e non stigmatizzate. Ed è responsabilità della politica garantire che questo avvenga.

Il tempo apparentemente perso e i percorsi che oggi ci sembrano inutili perché ci distolgono dal raggiungimento rapido dei nostri obiettivi sono poi in realtà proprio quelli che concorrono a determinare quello che siamo e che diventeremo. Dovremmo lottare affinché un domani fallire diventi un diritto di tutti e una colpa di nessuno. Oggi purtroppo non è così.

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