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Esiste una vita oltre il lavoro

Copertina:  Ilaria Barracca

Nella Costituzione italiana il lavoro appare con la duplice connotazione di diritto individuale e di dovere collettivo; viene sottolineata la facoltà, concessa a ciascun cittadino, di scegliere l’occupazione che ritiene più adeguata alle proprie inclinazioni e possibilità. I e le Costituenti avevano concepito il lavoro nel senso più alto del termine, valorizzando l’aspetto personalistico della prestazione lavorativa e sottolineandone l’importanza per la crescita del singolo individuo e dell’intera collettività.

Negli anni, la perdita di fiducia nei punti di riferimento collettivi come partiti e associazioni, la crisi dei sindacati e la scomparsa di spazi di relazione collettiva in cui poter confrontarsi, organizzarsi e agire per il raggiungimento di un obiettivo comune, hanno condizionato il modo in cui gli individui percepiscono se stessi e si identificano nella società. E questo ha avuto un impatto anche sul nostro modo di considerare e di vivere il lavoro.

Il lavoro dovrebbe essere soltanto uno tra i tanti strumenti di emancipazione personale e collettiva e invece finisce molto spesso per annientare il singolo lavoratore che ne diventa subordinato e strettamente dipendente, non trovando altri punti di riferimento e strumenti di realizzazione personale. Come affermato dal giornalista Alessandro Sahebi, la carriera che dovrebbe essere un aspetto parziale dell’esistenza umana diventa molto spesso una delle sfere centrali di determinazione del sé tant’è che lo status lavorativo di una persona finisce oggi per identificarla completamente. Molte volte il lavoro occupa tutto lo spazio della nostra esistenza senza lasciarci il tempo per costruire ed essere altro.

La morale del sacrificio

Spesso accostiamo il termine sacrificio alla parola lavoro; nella nostra società è presente infatti la convinzione che sia giusto sacrificarsi nel lavoro per essere persone virtuose; siamo soddisfatti o meno di una giornata in base a quanto siamo stati produttivi. Cerchiamo costantemente di raggiungere il successo, per essere apprezzati dagli altri perchè, come spiegato dalla filosofa e scrittrice Maura Gancitano in una recente intervista, viviamo in una società di massa in cui dobbiamo dimostrare di saper funzionare, di essere performativi e di non essere quindi “un peso” per gli altri. Da questo ne dipende che gli individui iniziano ad adeguarsi alla morale del sacrificio motivati anche da forze esterne come la possibilità di un aumento dello stipendio, di una promozione o della crescita del proprio status sociale (che però raramente si realizza). Nel tempo la morale del sacrificio si è sedimentata dentro di noi tanto da diventare un vero e proprio valore che va tuttavia a minare o ad annullare buona parte degli altri aspetti fondamentali dell’esistenza.

Secondo Sahebi «il problema della morale del sacrificio è che viene valutata e misurata da un gruppo ristretto ed elitario di persone che detiene maggiore potere economico e che ha una visione orientata alla crescita della produttività e del profitto, che spesso si scontra con il benessere del lavoratore stesso. Inoltre, lo spirito di sacrificio è prettamente unidirezionale: da una parte si richiede al lavoratore di continuare a dare il massimo del profitto anche di fronte ad un peggioramento generale delle proprie condizioni di classe e dall’altra le élite non sono pronte a rinunciare all’incremento del proprio potere economico che da anni registra una crescita esponenziale, aumentando le disuguaglianze».

Situazione dei lavoratori italiani

Nel 1980 il rapporto tra la retribuzione di un top manager italiano e di un lavoratore era di 45 a 1; nel 2008 è diventato di 416 a 1. Nel 2021 ha raggiunto la quota di 649 a 1. Per un lavoratore italiano con uno stipendio nella media servono circa 28 anni di lavoro per guadagnare quello che un top manager ha guadagnato nei primi due mesi del 2023. Un dipendente italiano medio dovrebbe lavorare 1 milione e 377 mila anni se volesse raggiungere la stessa ricchezza di uno tra gli italiani più ricchi.

Secondo Oxfam, nel 2019 il 20 per cento degli italiani più ricchi deteneva quasi il 70 per cento della ricchezza totale mentre il 20 per cento più povero ne deteneva circa l’1,3 per cento. Sui 22,4 milioni di lavoratori presenti in Italia nel 2022, 3 milioni sono risultati lavoratori poveri, persone che pur alzandosi ogni mattina per andare a lavorare, non riescono a raggiungere uno stipendio che permetta loro di condurre un tenore di vita dignitoso.

Se oggi alcune persone hanno il privilegio di poter non lavorare o di guadagnare uno stipendio che è di centinaia di volte superiore rispetto a quello della media dei lavoratori italiani, non è perché sono migliori di altri; è perché qualcuno sta lavorando anche per loro, e in condizioni di sfruttamento. La povertà non è una sfortunata condizione di alcuni lavoratori ma è il prodotto dell’ingiusta distribuzione delle ricchezze a livello globale.

Secondo il Forum sulle diseguaglianze e diversità, l’incidenza dei salari bassi sul totale dei lavoratori, che era già alta nel 1990, è cresciuta in questi trent’anni fino a coinvolgere un lavoratore su tre. Le retribuzioni medie lorde negli ultimi vent’anni si sono abbassate in Italia del -3,6 per cento mentre in Germania sono aumentate del +17,9 per cento e in Francia del +17,5 per cento.

L’incidenza dei bassi salari è maggiore tra le donne e tra i giovani nella fascia 16-34 anni, soprattutto se residenti al Sud. Dal Report di Confcommercio del 2021 appare che, nei lavoratori italiani under 30, tra il 1977 e il 2016 il reddito d’ingresso è sceso del 7,5 per cento per i lavoratori dipendenti e del 41 per cento per i lavoratori autonomi, a fronte di un sostanziale aumento del costo della vita.

Secondo il report curato dall’Università Roma Tre, i due indici che esprimono l’impoverimento dei lavoratori sono il salario orario troppo basso e il tempo di lavoro, a causa delle riforme che hanno permesso la proliferazione di contratti atipici e spesso precari. Le pessime condizioni dei lavoratori italiani non dipendono soltanto dagli stipendi bassi ma anche dalle scarse condizioni di sicurezza presenti sul posto di lavoro.

Nel 2022 le morti sul lavoro registrate nel nostro Paese sono state 1091, in media più di 3 al giorno. Pur essendoci un maggior numero di incidenti sul lavoro nei settori primario e secondario, la sicurezza sul lavoro è un tema che riguarda tutti i lavoratori. Stanno aumentando infatti le patologie correlate ad ansia, stress, depressione e burnout anche tra i lavoratori del settore terziario.

Nel quinto rapporto CensisEudaimon sul welfare aziendale appaiono alcune indicazioni della crescente insoddisfazione che gli italiani provano nei confronti del proprio lavoro; l’82,3% dei lavoratori dichiara di essere insoddisfatto della propria occupazione e ritiene di meritare di più ma il 56,2% di essi non si dimette perché convinto di non riuscire a trovare un impiego migliore. Gran parte degli intervistati ha affermato di non essere pagato in maniera adeguata e che la pandemia ha sconvolto i ritmi di lavoro tanto che, per quasi il 40 per cento di essi, il lavoro ha finito per invadere tutti gli altri ambiti della vita.

Negli ultimi anni c’è stato un progressivo peggioramento delle condizioni di lavoro degli italiani dovuto a diversi fattori tra i quali, la presenza di stipendi troppo bassi e non adeguati al costo della vita (soprattutto se relazionati all’inflazione), l’assenza di mobilità lavorativa, la mancanza delle condizioni minime di sicurezza sul posto di lavoro, il prolungamento degli orari di lavoro e l‘assenza di strumenti di gratificazione e di crescita personale e collettiva. Allo stesso tempo, sono venuti meno gli ideali che avevano spinto gli italiani e le italiane a organizzarsi e a lottare per il miglioramento delle proprie condizioni di lavoro e di vita. Uno dei cambiamenti più evidenti della società dei nostri tempi è infatti la perdita di fiducia nei confronti delle istituzioni, della politica e la fine del senso di appartenenza a forme di rappresentanza collettiva

Ci sentiamo sempre più soli, in concorrenza gli uni con gli altri, a soccombere di fronte alle ingiustizie; questo ci ha resi meno sensibili nei confronti delle condizioni altrui permettendo invece il diffondersi di meccanismi di solidarietà negativa secondo i quali le contraddizioni del mondo del lavoro, lo sfruttamento, l’ansia e lo stress rappresentano un prezzo giusto da pagare per partecipare alla vita in società. E questo spingerebbe chi lavora a non cercare di migliorare la propria condizione ma a ritenere giusto che tutti debbano soffrire in un’asta a ribasso di dignità e diritti.

La cultura del lavoro sta cambiando

La giornalista Sarah Jaffe nel suo saggio Il lavoro non ti ama, descrive come i lavoratori di oggi siano tutti in una condizione di burnout, esausti, sottopagati e sfruttati, impossibilitati a conciliare il lavoro con la vita privata ma allo stesso tempo fedeli all’idea, ripetuta quotidianamente dalle istituzioni e intrinseca nella società, che il lavoro sia l’unico strumento attraverso il quale passi la realizzazione, la soddisfazione, l’orizzonte di senso e la felicità di ognuno di noi. Ma la cultura del lavoro sta cambiando e i lavoratori con lei.

Secondo un report del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, nel corso del 2021 le dimissioni volontarie sono cresciute e hanno superato quelle registrate nel 2019 e nel 2020. Nei primi dieci mesi si sono dimesse da un posto di lavoro a tempo indeterminato 777 mila persone (400 mila in più rispetto al 2019). Il fenomeno delle Grandi  Dimissioni dagli Stati Uniti è arrivato in Europa e in Italia ed è indice di qualcosa che cambia: i lavoratori, soprattutto se giovani, non sono più disposti ad essere sfruttati e sottopagati ma soprattutto sono più consapevoli del fatto che esista una vita oltre il lavoro. La carriera non è e non può più essere il solo strumento di realizzazione personale possibile.

In questa direzione sono andate le proteste dei francesi contro l’aumento dell’età pensionistica o quelle dei giovani italiani che lottano per l’abolizione degli stage gratuiti o di quei lavoratori che rifiutano posti di lavoro sottopagati. Il lavoro non può più essere sfruttamento.

Sarebbe tuttavia ipocrita pensare che tutti possano permettersi di rifiutare un posto di lavoro anche se in assenza di una retribuzione adeguata. Purtroppo ancora oggi lottare per i propri diritti resta a volte un privilegio di pochi. La sfida più grande che possiamo portare avanti è però quella di ricominciare a pensare che le difficoltà dei singoli siano in realtà un problema di tutti e che possano essere risolte soltanto se affrontate in maniera collettiva.

Il mondo del lavoro sta attraversando una fase di mutamento che non è più possibile ignorare. Così come non si può pensare di risolvere nuovi problemi con vecchi strumenti. In Italia oggi ci sono circa 2 milioni di posti di lavoro non coperti e, allo stesso tempo, tre milioni di lavoratori poveri. Secondo un recente studio Ocse sul mercato del lavoro, entro il 2050 il numero di persone over-50 inattive o pensionate che dovranno essere sostenute dai lavoratori potrebbe aumentare di circa il 40 per cento, arrivando ad un rapporto pensionato- lavoratore di uno a uno o addirittura alla presenza di più over-50 fuori dal mondo del lavoro che di lavoratori. Questa situazione avrà conseguenze disastrose sulle finanze pubbliche e sugli standard di vita degli italiani, impattando anche su diritti fondamentali come quello alla salute.

In questo momento e nei prossimi anni l’Italia avrà quindi bisogno di lavoratori ed è  necessario un ripensamento della cultura e del mondo del lavoro in maniera tale da permettere, a ciascun individuo, di potersi autodeterminare ed esprimere attraverso il proprio lavoro e, allo stesso tempo, di poter esistere al di fuori di esso.

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