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Elementari: un punto di riferimento diverso dai genitori

Illustrazione: Benedetta Giammarco

Come ho già detto in “Scelta di vita”, che sarà ripresentato più in avanti per questa rubrica, non sarei qui a scrivervi se non avessi incontrato il maestro Germano. Lui è forse l’unica persona di cui ho ricordi positivi, nonostante il primo anno di scuola lo odiassi, dato che mi riempì il quaderno di note: all’incirca furono 30, in un solo anno scolastico! Avevo collezionato sul mio primo quaderno di italiano ogni tipo di richiamo: “Francesco urla in classe”, “Francesco ride mentre il compagno sbaglia l’analisi grammaticale”, “Francesco non smette di stare fermo mentre si fa lezione”, “Francesco commette sempre gli stessi errori, ridendo, quasi facendolo apposta”. Ritornavo a casa e i miei me le suonavano di santa ragione. Risultato? Il secondo anno ero quasi uno studente modello; Sempre un po’ spericolato (questa caratteristica me la porto tutt’ora), ma con un’acutezza singolare (a detta sua e dei miei insegnanti successivi). Tuttavia, sebbene l’inizio del nostro rapporto sia stato burrascoso, piano piano è nata in me una voglia di non deludere il mio maestro, di non farmi mettere più una nota ma anzi di renderlo fiero, di farmi dire “bravo Francesco, sei migliorato”, e questo perché se all’apparenza Germano poteva sembrare eccessivamente duro, in realtà era solamente giusto, in quanto sapeva benissimo quando riprendermi e quando esaltarmi, dandomi subito l’idea che non esisteva in lui una prima impressione di me mantenuta all’infinito, negativa o positiva che fosse, ma che la stima che nutriva nei miei confronti dovevo guadagnarla giorno dopo giorno, lezione dopo lezione, compito dopo compito, perché poteva salire o scendere a seconda del mio comportamento.

Alla fine la vita stessa è cosi; possiamo essere amici, migliori amici, fidanzati con qualcuno/a, ma un singolo sbaglio potrebbe mettere a repentaglio tutto il rapporto, ed è sacrosanto che accada questo, perché non dovremmo dare per scontato che una persona ci stimi, ci voglia bene, ci ami, perché per anni ci siamo comportati correttamente e nel presente ci siamo rilassati. La bontà delle cose si misura nella loro costanza.

 

Oltre a questo, il mio maestro mi ha insegnato una cosa fondamentale, che non è scritta in alcun manuale di qualsiasi grado d’istruzione, che un professore a volte non pensa neanche di trasmettere ai suoi alunni:

Osservare ciò che mi è intorno, pormi delle domande, darmi delle risposte. Osservare la mia vita, le mie emozioni, i miei pensieri, dargli forma, esprimermi.

Tutto questo tramite semplicemente l’ausilio di una penna e un quaderno con cui (dato che non ricordo precisamente il numero) in media ogni alunno doveva dar vita ad un testo a settimana, in cui bisognava parlare dei più svariati temi, a volte a scelta, a volte sotto indicazione del maestro: mi ricordo in particolare di un testo che scrissi su dei fuochi d’artificio, o di un altro testo che scrissi su un albero.

Inizialmente era difficile pensare di riempire due pagine di quaderno descrivendo solo dei fuochi d’artificio o solo un albero, tuttavia scoprii subito che esistevano vari modi per rendere la cosa interessante, ad esempio descrivendo prima ciò che l’oggetto rappresentava oggettivamente, poi ciò che poteva rappresentare per gli altri, e infine ciò che era effettivamente per me.

Ho incominciato a capire che c’è un mondo dietro ogni singola cosa, ogni singola persona, ogni singola emozione, e con il passare del tempo mi è sempre più piaciuto descrivere, raccontare e raccontarmi, e soprattutto mostrare il risultato della mia visione agli altri, soprattutto ai miei maestri. Mi ha dato enorme soddisfazione.

 

In seguito ho trovato figure simili in altri ambiti della mia vita, come ad esempio il calcio: in particolare ricordo con grande affetto tre miei allenatori: Mister Angelo, Mister Andrea e Mister Alessandro.

Giocando a pallone la situazione era un po’ diversa, dato che non sono mai stato portato per questo sport, nonostante fino ai 16 anni il mio più grande sogno fosse diventare un calciatore. Con tutti e 3 questi allenatori ho vissuto due fasi: scontro e coesione. Ricordo benissimo di aver pianto dopo aver giocato per loro durante i primi mesi; sentivo continuamente le loro urla nei miei confronti, la loro frustrazione nel vedermi sbagliare, nell’avere un atteggiamento remissivo, arrendevole verso le situazioni che vivevo in campo, tuttavia loro continuavano a gridarmi contro, a volere insistentemente che la mia condizione cambiasse, dandomi sempre delle chance nonostante il risultato da loro atteso non fosse da me esaudito.

Questa prima fase dello scontro aveva come culmine le mie lacrime, la mia voglia di lasciare, di abbandonare il percorso, di trovare una situazione di confort, tuttavia dopo aver asciugato il pianto, nasceva in me una voglia di rivalsa, di guadagnarmi la fiducia,  di reagire con orgoglio, e proprio da lì iniziava la seconda fase di “coesione”, di unione di intenti, di attaccamento alla maglia: piano piano iniziavo a capire che i loro richiami non erano fonte di astio o di rabbia particolare nei miei confronti, ma dimostravano concretamente di non volermi mollare, di non lasciarmi seduto a scaldare la panchina alla prima difficoltà, e quindi ogni “cazziata” che mi urlavano durante gli allenamenti o la partita mi suonava come: “France svegliati, dai che ce la puoi fare, stai avendo un atteggiamento di merda ma io sono qui a dirtelo, a fartelo vedere, a volere da parte tua una reazione:  impegnati, abbi coraggio, lotta e vinci la tua paura di giocare”.

Da lì ho compreso che le persone che veramente ti vogliono bene sono le più scomode, quelle che ti dicono le cose che forse non vorresti sentire, quelle che preferiscono farsi odiare o farsi mandare a quel paese, piuttosto che mollarti lì dove sei senza far finta di niente, con nessuna voglia di farti migliorare, di farti recuperare, di farti reagire, perché magari le persone che non ti dicono mai nulla, che non criticano mai le tue scelte, i tuoi comportamenti, sono anche quelle che pensano che tu non possa migliorare, che tu sei e resterai così per sempre e basta, perché non sei capace di fare di meglio.

Ci vogliono le cosiddette “palle” per far notare i propri limiti ad una persona, e quando io ne incontro una del genere, sono disposto a dare l’anima per la causa, a giocare o fare qualcosa fino allo stremo delle mie forze, a dare il massimo di quello che ho in corpo o nel cuore. E a parti inverse cerco di essere io quella persona per altre che vedo in una situazione simile alla mia.

 

Proprio per questo motivo quando, 4 anni fa, ho fatto ascoltare il mio primo progetto musicale a Dr Jack, mio mentore nel rap, e lui ha criticato e demolito tutto quello che avevo concepito in una maniera così brutale che tornato a casa volevo solamente smettere con la musica, dopo una settimana in cui l’ho odiato, sono ripartito da zero seguendo tutte le sue critiche, tutti i suoi consigli, e non solo ho notato che aveva ragione su tutto, ma anche che essendo l’unico ad avermi detto quelle cose, forse era anche l’unico che credeva potessi migliorare tanto rispetto a quello che avevo fatto. E oggi è anche grazie a lui se ho dato vita al mio nuovo ep di cui sono veramente fiero, se nel freestyle ho superato già le aspettative che avevo quando ho cominciato, e se ora faccio musica con rispetto della stessa, cercando di elevarla con me e non di elevarmi su di essa.

 

Ma la cosa più bella di aver avuto questi punti di riferimento è che non so effettivamente come si comportano nella loro vita privata, non so se siano brutte persone quando non sono con me o quali errori commettano o hanno commesso. A differenza dei miei genitori, che vedo tutti giorni, loro hanno veramente poche possibilità di deludermi, perché non posso vederli interamente, ma solo negli ambiti in cui mi danno esclusivamente influenze positive, e a me va benissimo così, perché ciò mi permette di avere sempre dei punti saldi, che mi motivano a dare il meglio. 

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