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Economia circolare: più di un modello

Illustrazione: Valentina Chiccarelli

L’economia circolare è un’economia capace di rigenerarsi da sola, ovvero un sistema economico pianificato per riutilizzare i materiali di scarto di un ciclo produttivo in successivi cicli, riducendo al massimo gli sprechi. 

Tale modello trae origine da un altro concetto, cioè quello di ecologia industriale: essa punta alla progettazione ed al funzionamento di sistemi economici che traggano ispirazione dal sistema biologico e creino con esso un rapporto di interdipendenza. Ciò avviene attraverso un differente approccio al ciclo di vita del prodotto; infatti tradizionalmente il sistema di produzione è sempre stato “aperto” o “lineare”, in quanto il prodotto veniva fabbricato, venduto, consumato e poi rigettato nell’ambiente, seguendo una logica “crea, usa, getta”. Ora, invece, si sta diffondendo la concezione di sistema “chiuso”, che si ispira al metabolismo ciclico tipico degli ecosistemi naturali, dove i processi che si manifestano realizzano trasformazioni di materia ed energia che, una volta avvenute, permettono la ridefinizione delle condizioni originarie senza la produzione di scarti. Ciò è reso possibile dalle imprese che decidono di seguire il ciclo di vita del loro prodotto “dalla culla alla culla”, occupandosi non solo di diminuire il più possibile il carico ambientale di cui è responsabile ogni fase del ciclo, ma anche di eliminare quello che è il concetto di dismissione del prodotto, in quanto una volta consumato esso non sarà buttato, ma sarà riutilizzato come materia prima o semilavorato per la produzione di altri prodotti che, a loro volta, dopo essere stati consumati saranno importanti per altre produzioni. 

L’economia circolare punta a far si che non si perda il valore delle cose, che manterrebbero sempre una loro utilità, e a tutelare l’ambiente, che troppo spesso viene considerato solo nella sua dimensione naturale, dimenticandosi che invece un ambiente è dato dall’insieme di 3 dimensioni, quali quella sociale, quella economica e quella naturale. Se non ci curiamo di far crescere queste 3 componenti di pari passo, andremo a creare degli scompensi, che si potrebbero tradurre in inquinamento, disuguaglianze sociali o povertà. Al contrario, riuscendo a far espandere tutte e tre le aree, potremo realizzare uno “sviluppo sostenibile”, ovvero uno sviluppo capace di soddisfare i bisogni dell’attuale generazione senza compromettere la capacità delle generazioni future di rispondere ai loro (World Commission on Enviroment and Development, 1987). 

Detto ciò, è logica conseguenza capire che per attuare al meglio tale approccio, vi è bisogno di persone lungimiranti, che abbiano un altruismo lungimirante, che comprendano che sacrificando un guadagno immediato, che tra l’altro riguarderà solo il proprio orticello, potranno godere di una ricompensa meno consistente nel breve periodo, ma più affidabile e duratura nel lungo periodo, questa volta però coinvolgendo anche tutti i prati dei vicini. A livello aziendale ciò viene attuato anche attraverso la cosiddetta “simbiosi industriale”, una collaborazione tra imprese appartenenti a campi differenti e aventi interessi differenti, che grazie alla condivisione di informazioni, scarti di produzione e sottoprodotti, riescono a ottenere vantaggi reciproci, in termini economici, ambientali e, data la collaborazione, anche sociali. 

Tuttavia sono ancora poche le imprese che decidono di percorrere tale strada, cosi come sono poche le persone che la intraprendono nella loro vita di tutti i giorni: come possiamo quindi pretendere che le grandi imprese, composte da tantissimi soggetti portatori d’interesse, mettano accanto ai loro obiettivi la tutela di ciò che le circonda, fino a rendere la stessa tutela un obiettivo, se noi in primis ci comportiamo da egoisti ed opportunisti nel nostro piccolo? Come possiamo pretendere che le imprese eliminino la condizione di “rifiuto” per un prodotto, un oggetto, se noi individui applichiamo il meccanismo “usa e getta” addirittura alle persone? Certamente dobbiamo avere cura dei prodotti di cui disponiamo, utilizzarli il più possibile, cercare di ripararli e, una volta che il consumo originario sarà concluso,darli a chi li destinerà a nuova vita, ma non possiamo empatizzare a pieno con l’ambiente se prima non lo facciamo con i nostri simili. Come ci suggerisce l’economia circolare, dovremmo far si che una persona non perda, ma acquisisca valore durante tutto il suo ciclo di vita, non metterla nelle condizioni di inquinarsi o inquinare gli altri, non buttarla quando mostra i primi segni di difetto o cedimento, ma cercare i modi di recuperarla, capire come possa rendere al meglio, ridarle nuova linfa vitale, se necessario (sia in ambito privato che lavorativo). Se riusciremo a fare questo, allora rispetteremo anche le cose, allora ristabiliremo la vecchia armonia che avevamo con la natura. 

Se veramente desideriamo un cambiamento generale, tale può avvenire solo grazie al cambiamento particolare di ognuno di noi.

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