Durant

Illustrazione: Gaia Spagnoli

Ci si può commuovere oggi, imbattendosi in un video di “highlights” sulle giocate di Kevin Durant?

Se ieri non era possibile, oggi slegati dalla fantasia, fortemente allacciati al vissuto sperimentale, nostro e del mondo che ci circonda e comunica, riusciamo a vedere come proprie le gesta d’un artista del gioco, com’è Durant.

Il movimento della spalla è rigido, consueto per un’altezza e delle masse tali. Nonostante ciò la leva ampia solleva la sfera, mentre dita cingono con completezza salda, e poi il polso compie quel movimento di frusta, tanto acclamato e ricercato tra i dilettanti dello sport, e contemporaneamente il gomito destro si raddrizza, obliquamente all’aria, puntando agli spalti.

Se qualcuno come me potesse, vorrebbe essere quel giocatore d’innanzi, alto forse due metri, pesante più dell’avversario, eppure incapace. Espertissimo nel gioco, ma cinto dallo stupore, come le dita sul pallone, perché inabile, testimone di una potenza altra, non comune ad alcuno. Se l’emozione non dovesse prendere chi guarda, di sicuro cattura lui, il difensore, che lascia agli occhi osservare il proprio fallimento senza poter assegnare una spiegazione né alla perfezione del gesto, tantomeno alla conclusione: sconfitta per sé stesso, vittoria per l’altro.

Noi dai televisori e dagli spalti, contrariamente a chi quel campo lucido lo pesta correndo, siamo molti e stretti insieme, certi dell’umanità di quei soggetti atletici, sicuri che tornati nelle loro case questi possano comportarsi come i nostri genitori, figli, fratelli, amanti. Probabilmente le avances che l’internet e prima la televisione ci hanno porto per tutti questi anni riducono la percezione “meraviglia” a pochissimi e la venerazione scompare. Siamo sempre più liberi d’agire e di pensare, dimenticando con rapidità ciò che accade, al di dentro delle vite nostre.

Come Durant non c’è nessuno, come me ce ne sono molti, magari non milioni, ma migliaia, centinaia sicuramente. Fatto rimane l’unicità del giocatore di pallacanestro più forte al mondo. Il “problema”, adesso, non è riconoscere l’endemicità o meno dei caratteri e delle abilità comuni, come i miei, ma riconoscere la solitudine, nella massa, dei geni e quindi dei presunti “miti contemporanei”. Durant ne è solo un esempio sportivo e bellissimo, prima alla mente e poi agli occhi e, dopo tempo trascorso a guardare, s’inverte: prima s’infiammano le congiuntive, trema la pelle e infine s’elabora il tiro.

Quello che manca nei molti umani di oggi è la facoltà di conoscere quando una persona è unica e quando lo è meno. Questo influenza (in modo neutrale; non sto proponendo giudizi qualitativi) la nostra visione del mondo: spariscono persone per la quale sola esistenza si possa vivere, persone che compiendo le loro gesta davano un senso all’umanità. Se pensiamo, riflettiamo, ricordiamo tutti, forse, possiamo trovare tali esempi, ma non riflettiamo, non ricordiamo.

Siamo ora benvenuti nell’epoca della complessità, dove i sensi vanno trovati tra i pensieri, poiché i gesti significativi stanno perdendo d’importanza nella scala della comunicazione, una gerarchia che ha natura sociale, ma ora biologica, individuale, creativa e evolutiva.

Riusciamo a pensare senza trovare mai una soluzione. Possiamo quindi morire per nostalgia dei pensieri finiti o semplici? Per capirlo bisogna continuare a vivere anche domani.

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