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Conclusioni: il femminismo è ancora necessario?

Illustrazione: Benedetta Giammarco

Fini 

L’obiettivo di questa rubrica, dal suo inizio fino a questa conclusione, è stato quello di proporre alle lettrici e ai lettori una visione quanto più ampia e generale, seppur per motivi di spazi e tempi estremamente introduttiva e perfino superficiale, su un argomento vasto e complesso come è quello dell’arte femminista della seconda metà del ‘900.
Il fine, sperando di averlo raggiunto anche solo in parte, era quello di dare una base critica, delle nozioni fondamentali e dei nomi di riferimento ai lettori e alle lettrici per permettere loro di avere delle fondamenta su cui poi costruire, se vorranno, una propria visione più dettagliata sul tema. 

Se è vero che il numero di artiste e pensatrici trattate nei vari passaggi della rubrica si è dovuto drasticamente ridurre rispetto a quello che avevo in mente all’inizio, è anche vero che la selezione è rimasta accurata e attenta a proporre, tranne rare eccezioni, esclusivamente protagoniste donne.

La domanda che mi si potrebbe porre a questo punto sarebbe: perché?
Perchè un maschio bianco dovrebbe sentirsi in dovere e in diritto di portare avanti un progetto del genere?
Perchè si dovrebbe sentire la necessità di raccontare questa storia dell’arte?

Alla prima domanda posso rispondere con relativa facilità: passione.
Arte del ‘900 e femminismo sono temi per cui provo una forte curiosità e un forte interesse, e la possibilità di scrivere su l’Aprile Nuovo mi è sembrata un’occasione perfetta per comunicare la mia propria visione sull’argomento, unendola ad un’altra mia grande passione: la divulgazione.
La risposta è tanto semplice, quanto facilmente oggetto di svariate critiche, tutte probabilmente legittime.
Ma la risposta alla seconda domanda è tanto più fondamentale quanto articolata.

Superamenti

Il movimento femminista, dai suoi albori fino ai giorni nostri, è sempre e comunque stato visto come non necessario e superfluo, ora un capriccio, ora un argomento superato

Se Mary Wollstonecraft alla fine del XVIII secolo veniva etichettata come “iena in gonnella”, oggi le femministe vengono viste spesso come legate ad ideali del passato, come portatrici di vessilli che hanno perso il proprio valore, combattenti di una guerra già vinta.
Insomma, al giorno d’oggi è opinione  fin troppo diffusa che il femminismo sia superato, che la parità sia stata raggiunta decenni fa, rendendo quindi l’attivismo inutile.
Le motivazioni di questa opinione sono facilmente individuabili: riducendo la questione all’osso, alle élite dominanti non piace essere disturbate e qualsiasi teoria che avalli la loro superiorità verrà esautorata e messa in disparte. 

Ma i fatti dimostrano esattamente l’opposto: che il femminismo è tutt’altro che superato, è anzi quanto mai necessario, e a dimostrarlo sono necessari pochi esempi. 

Dato che in questa sede ci riferiremo solo al campo dell’arte, rimando alla rubrica Fili d’erba calpestati per una lettura più approfondita su questi temi. 

Disuguaglianze

In un’intervista a Paola Ugolini pubblicata su Finestre sull’Arte, la critica e curatrice, riguardo alla decisione della direttrice d’orchestra del festival di sanremo Beatrice Venezi di farsi chiamare “direttore” ha commentato:

Io, personalmente, trovo abbastanza ridicolo che una donna si senta talmente sminuita nel suo essere donna, ovvero soggetto sessuato al femminile, da ritenere più autorevole farsi definire nella sua professione al maschile.

Una affermazione essenziale ma estremamente attuale e concreta, che conferma la propria attualità anche alla luce delle recenti affermazioni della presidentessa Giorgia Meloni, mettendoci davanti alla verità: il femminismo non è superato e la sua pratica è quanto mai necessaria in tutti i campi e tutti gli ambiti, anche in quelli artistici. 

Perché il sistema dell’arte, seppure con grandi passi – e ci mancherebbe! –  avanti rispetto ai suoi albori, è ancora fortemente caratterizzato da discriminazioni, disuguaglianze di genere e schemi patriarcali

Qualche dato (ci riferiremo allo studio Donne Artiste in Italia – Presenza e Rappresentazione. NABA Nuova Accademia di Belle Arti, 2018) ci aiuterà a capire meglio la questione.

Partiamo dal principio: nell’anno scolastico 2017/2018 gli iscritti alle accademie di belle arti sono stati solo per il 33% uomini e per il restante 67% donne.
Una percentuale che dimostrerebbe la maggiore propensione per le donne verso le pratiche creative, ma che proprio per questo, assume connotati inquietanti in luce dei dati che sto per esporre. 

Nelle gallerie di arte contemporanea fondate a partire dal 2000 la presenza di artisti uomini si attesta intorno al 73%, relegando alle donne il restante 27%.
Se invece prendiamo in esame un campione di mostre temporanee la rappresentazione maschile sale ad un vertiginoso 81% nel caso di mostre personali e 76% in quelle collettive.
Una percentuale che diviene ancora più preoccupante se si considera come le mostre individuali siano delle vere e proprie piattaforme di lancio e di consolidamento nella carriera di un’artista. 

Alla luce di questo, la scelta della curatrice della Biennale d’Arte di Venezia del 2022 Cecilia Alemani di riservare il posto nei padiglioni principali quanto più possibile a rappresentanti di minoranze, siano essi artisti e artiste non occidentali, membri della comunità queer o più semplicemente donne, non appare più come un’esibizione di “correttezza politica” fine a sè stesso – come ho potuto sentire e leggere in giro – ma un tentativo di invertire la tendenza a dare più spazio ad artisti maschi, non per meritocrazia ma per problemi strutturali, di cui la Biennale è stata anche specchio. 

Nello stesso report citato finora, infatti, emerge come anche nelle varie edizioni della rinomata esposizione internazionale veneziana la tendenza sia sempre stata quella di presentare un numero incredibilmente maggiore di artisti uomini.

Anche le apparentemente numerose 51 artiste presentate da Vittorio Sgarbi nell’edizione del 2011 diventano nulla in confronto ai cinque volte tanto artisti uomini presenti. 

Riletture

In conclusione, se è vero, ed è vero, che anche il mondo dell’arte è ancora inquinato da disparità, discriminazioni, “meritocrazia”, misoginia e strutture patriarcali, è evidente come sia necessario anche rileggere e se necessario riscrivere la storia dell’Arte, dare spazio alle artiste quando quello spazio gli è stato tolto.
Se ancora oggi, fin troppo poco spazio viene dato alle cosiddette “minoranze” nel mondo dell’arte, rivedere il loro ruolo nella storia può essere un primo punto di partenza, una prima pietra miliare da cui ripartire.
E tornare su sentieri già battuti può anche aiutarci a capire che se ciò che era necessario veniva reputato superfluo, forse anche ora ciò che è considerato superato è ancora indispensabile.

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