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Come si vandalizza l’arte?

Illustrazione:  Benedetta Giammarco

Eco-attivismo e arte

Non è colpa nostra, ma loro

Farsi un giro sul sito della Climate Change Dashboard dell’International Monetary Fund (o IMF) è scoraggiante.
Ci si ritrovano sbattuti in faccia decine di grafici, dati e studi che urlano una sola cosa: il cambiamento climatico c’è, è reale e dovuto a cause antropiche ed è un’emergenza di assoluta e primaria importanza. Dovrebbe esserci poco, anzi nulla, da discutere o dibattere. Qualsiasi sforzo politico, sociale, culturale ed economico deve essere mosso nella direzione di un futuro sostenibile

Eppure sembra che questo problema sia quasi in secondo piano, un rumore di fondo che si fa sentire di tanto in tanto, che appare nelle nostre vite sotto forma di qualche slide di un post di Instagram o qualche minuto video su Youtube.
Magari c’è chi, animato da sensi di colpa o da spirito attivista, si spinge più in là, modifica il proprio stile di vita nella speranza che questo possa cambiare effettivamente qualcosa, seppur in percentuali microscopiche. Si sta attenti a quanta acqua calda si usa, a quante ore si tiene acceso il riscaldamento in casa, a quanto gas serve per cuocere mezzo chilo di pasta.
Ma tutto ciò è superfluo, forse del tutto inutile. 

Siamo stati spinti a credere che lo sforzo di molti singoli individui possa apportare un cambiamente significativo, ed in alcuni casi può essere sicuramente vero: è senza dubbio necessario consumare meno – se non, idealmente, eliminare del tutto –  cibi di derivazione animale, così come è fondamentale fare attenzione a come viene smaltita la propria plastica. 

Ma se si parla di gas inquinanti, di effetto serra, ciò che sta veramente causando gli effetti del riscaldamento globale a cui assistiamo oggi, la responsabilità non è di certo di chi non chiude l’acqua calda mentre si mette lo shampoo sui capelli. 

Uno studio effettutato nel 2017 dal CDP (clicca qui per leggerlo), ha evidenziato come solo 100 aziende siano responsabili di più del 70% delle emissioni di gas serra a partire dal 1981. 

L’attivismo, quello vero

In Francia si sta protestando da settimane contro la riforma delle pensioni voluta dal presidente Emmanuel Macron. I cittadini si stanno facendo sentire strenuamente e senza sosta, e chi non partecipa attivamente sostiene la causa, così come era avvenuto nel 2018 con i gilet gialli e ancora prima nel 2016 contro la riforma del lavoro.

Insomma, figli della Rivoluzione, i francesi sanno come mostrare il proprio dissenso

In Italia tutto questo probabilmente non potrebbe mai accadere, non al momento, almeno. 

Vuoi per motivi storici, vuoi per motivi culturali, l’impressione che si ha è che non si sia mai formata una solida cultura del dissenso e della protesta. 

E lo si evince facilmente dalle risposte che chi esprime il proprio dissenso in maniera attiva riceve da gran parte della popolazione: se protesti contro lo sfruttamento animale, dovresti prima pensare a chi perderebbe il lavoro se chiudessero gli allevamenti intensivi; se vuoi bloccare una strada statale, dovresti prima pensare a chi farà tardi in ufficio quella mattina. 

Non sorprendono, quindi, le reazioni che l’opinione pubblica ha avuto nei confronti della recente ondata di proteste che hanno preso di mira monumenti e opere d’arte da parte di gruppi ambientalisti; uno su tutti Ultima Generazione

È iniziata con i quadri, sulla scia di come avvenuto oltralpe per i girasoli di Van Gogh o i pagliai di Monet, prima la Venere di Botticelli, poi la Tempesta di Giorgione. Poi si è pensato più in grande, si è passati ai monumenti, dalle mura di Palazzo Vecchio a Firenze fino all’enorme dito medio di Cattelan. 

Il messaggio era chiaro: bisogna intervenire. Fermare le grandi multinazionali dal poter inquinare quasi senza conseguenze, avviare politiche drastiche ed immediate per la riduzione delle emissioni, e una cosa ha accomunato tutta queste azioni: nessuna delle opere è stata danneggiata irrimediabilmente. 

I quadri a cui gli attivisti si sono incollati erano tutti coperti da plexiglass, e la vernice utilizzata per imbrattare i monumenti è sempre stata idrosolubile.

Ma in Italia ci si è preoccupati più dei costi di pulizia. Ci si è preoccupati per i 5 mila litri di acqua serviti per pulire Palazzo Vecchio ignorando che per produrre un solo chilogrammo di carne ne sono necessari tre volte tanti. 

Ci si è preoccupati della cornice della Venere di Botticelli ignorando che continuando così, non vedremo primavere ancora per molto. 

E il governo non ha esitato nel prendere la palla al balzo per continuare la propria attività preferita: decreti legge su misura pronti all’uso per soddisfare il popolo iracondo!

Il vandalismo, quello vero

E invece, quando il busto del Salvator Mundi di Bernini è stato spostato, per qualche bizzarro motivo, all’aeroporto di Fiumicino, un “prestito” a tempo indeterminato, nessuno si è indignato. Nessuno si è eretto a paladino del patrimonio culturale, nessuno si è battuto per la salvaguardia delle opere e dei monumenti. 

Quando l’immagine della Venere è stata scelta come testimonial per una campagna pubblicitaria del Ministero del Turismo, in pochi hanno parlato di vandalismo, di deturpamento di un’opera d’arte. 

Se gli italiani usassero la stessa veemenza con cui si scagliano contro gli eco-attivisti per protestare contro la pessima gestione del patrimonio culturale, forse non avremmo opere sradicate dal loro contesto originale per essere portate in superflue mostre temporanee per fare botteghino.

E soprattutto, se questa stessa energia fosse impiegata per spingere i governi ad intraprendere soluzioni drastiche contro il cambiamento climatico sicuramente non avremmo bisogno di giovani ragazzi e ragazze che si incollano a vetri di plexiglass e rischiano mesi di carcere e multe da migliaia di euro. 

Non dobbiamo mai dimenticarci che le proteste non devono essere accomodanti ma devono scuotere, infastidire e indignare; e il modo in cui i media hanno e continuano a porre l’enfasi sui modi e non sul messaggio che vuole essere trasmesso è, a mio avviso, di come sia necessario ri-formare una cultura della protesta

Il dissenso, per forza di cose, passa per vie traverse e scomode. 

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