caparezza

Caparezza

Illustrazione: Giacomo Sbaraglia

L’er(o)e/tico che viene dalla luna.

In fuga.

La scheletrica foresta abbraccia la radura come un riccio la castagna. Ad adornare lo spiazzo di erba bassa è una struttura di pietre, disposte a formare un enigmatico simbolo, e al centro di essa è sdraiato in posizione fetale un uomo, più simile ad un neonato. Ha completato la fuga dalla vita quotidiana che lo opprimeva, attraverso una via ancestrale: ricercando la sua essenza nella natura, nella vitalità e nella ricerca di sé. Dopo aver compreso ciò che doveva fare ha eretto la struttura, formata da due cerchi (l’uno, più piccolo, dentro l’altro) collegati da delle spirali, e si è predisposto alla metamorfosi: è pronto a diventare il nuovo sé, a lasciarsi dietro il vecchio sé, l’Exuvia.  

?!

Ne è passato di tempo per Michele Salvemini da quando, nel 1997, calcò da imberbe (letteralmente…non aveva ancora né i suoi proverbiali capelli ricci né il pizzetto) il palco di Sanremo, col nome d’arte “Mikimix”; era armato dei suoi lineamenti facciali essenziali ed arcuati, delle sue rime e di uno stile calatogli addosso da altri, un maldestro frutto delle sue incertezze e paure giovanili: dalle difficoltà relazionali all’ambiente sociale italiano (dominato dalla microcriminalità e corruzione), fino alla sua fantasia incompresa da produttori ed etichette attenti solo ai soldi. 

Ma torniamo un po’ indietro nel tempo, alle origini del giovane Michele nella sua amata e problematica terra: la Puglia della questione meridionale, della macchia mediterranea, della pizzica e della sua famiglia umile con l’hobby per la musica. La sua giovinezza era stata in passato quella del classico ragazzo timido ed introverso, costretto per necessità a mettere da parte la sua passione per il mondo del fumetto e della musica; frequentò perciò l’istituto tecnico di Molfetta, lontanissimo da ciò che lo interessava: l’arte. 

Si riavvicinò poi ai suoi interessi, studiando come pubblicitario all’Accademia di Comunicazione di Milano grazie ad una borsa di studio ed imparò a farsi strada da solo perseguendo i suoi interessi: abbandonò perciò la carriera pubblicitaria, insofferente agli schemi di essa, per dedicarsi completamente alla musica, al rap. Dal lavoro come animatore dei villaggi pugliesi passò poi a venire notato dall’industria delle major, creare l’alias di Mikimix ed avere un discreto successo in Francia con due album e diversi singoli; poi la partecipazione in vari programmi TV, in particolare a Sanremo ‘97 con il brano “E la notte se ne va”, segnò radicalmente il suo percorso. 

La scelta.

Michele capì che la carriera che aveva intravisto, come mero frutto di tendenze ed esigenze di mercato, non era quella per lui. Tra il 1998 e il 2000 mollò tutto (tra lo sdegno e disprezzo generale dei suoi produttori che lo ritenevano, testuali parole, uno “zero”), tornò a Molfetta e si reinventò da capo: compose nuove demo autonomamente nel suo garage, si fece crescere la barba e i capelli ossigenati e ricci ed iniziò perciò ad essere chiamato “testa riccia” dai corregionali, in dialetto locale Caparezza.

Determinanti in quel periodo furono le influenze da parte di Frank Zappa, Kraftwerk, Led Zeppelin e tanta musica di differenti generi dagli anni sessanta e settanta, per creare dalle ceneri del personaggio musicale appena distrutto uno nuovo: sarebbe stato sempre più eclettico, mai scontato e ovunque meticoloso nella creazione musicale. Un mix bilanciatissimo di sperimentazione, orecchiabilità e potenza pervase da allora i suoi brani, stratificati e composti curando ogni minima parola, base o campione.

Salvemini espanse la sua conoscenza umanistica nella fase di scrittura, dal Dolce Stil Novo alla Scapigliatura, dallo slang e il dialetto al Verismo verghiano da cui prendere spunto, per i suoi testi che ormai hanno fatto scuola. Ogni parola divenne portatrice non solo di più significati, ma anche di diverse chiavi di lettura di ogni frase e rima, spaziando da crude invettive al mondo esterno al racconto del suo mondo interiore.

Non si scordò naturalmente dei suoi colleghi artisti, italiani e non solo, e le collaborazioni si sprecarono da quel lontano 2000 ad oggi. Basti vedere la lista dei musicisti con i quali ha lavorato: da Tony Hadley a John De Leo, da Tiziano Ferro ai 99 Posse, da Max Gazzé a Murubutu. Tutti gli elementi descritti sopra hanno conferito nel tempo a Caparezza numerosi riconoscimenti, tanto seguito e successo; tuttavia Michele, arrivato ad un certo punto, aveva bisogno di risolvere un grave conflitto interiore messo in moto da un disturbo, tanto innocuo quanto assillante e straniante: l’acufene.

Infatti, dopo un periodo iniziale dominato dall’ostentazione “ma non troppo” del suo pensiero divergente e dall’ansia da prestazione verso chi lo ascoltava, il sorgere dei problemi d’udito minò questa posizione e lo spinse a mettersi tragicamente in discussione

Saghe mentali.

Nel corso di più di vent’anni di carriera, Caparezza ha affrontato una varietà di generi ed argomenti invidiabile, una specie di universo narrativo a sé in continua evoluzione di cui egli stesso è un personaggio; l’arte, la musica, l’impegno sociale, la ricerca interiore sono solo alcune parti di esso. Ma al di là di questi aspetti formali, il merito più importante lo vediamo sui palchi dove si esibisce mettendo in scena con tutto sé stesso (e qualunque mezzo tecnico a sua disposizione) il suo mondo interiore, le “saghe mentali”, come le chiama. 

Un processo di riflessione lungo e difficoltoso l’ha portato a un ripensamento di tutto il suo modo di essere (affrontandolo nel 2017 e nel 2021 con gli album Prisoner 709 ed Exuvia, rispettivamente gli stadi di prigionia mentale e liberazione, cui manca un ultimo album per concludere idealmente il percorso): una lunga seduta analitica con la quale far pace tra il sé stesso come prodotto commerciale (Mikimix), la maschera (Caparezza) e l’uomo reale (Michele). Ora è pronto ad approdare grazie al rito di passaggio di Exuvia a nuovi lidi, nuove risposte (?) ai dubbi sul suo essere.

“[Con l’acufene, ndr] ho cominciato a mettere in dubbio tutto, in primis me stesso, fino a sentirmi in prigione, bloccato, rinchiuso in una cella con la sola compagnia di tutte le mie paranoie: una cella da cui volevo liberarmi a tutti i costi. Sulla base di queste premesse, la mia quinta fase [artistica, ndr] dovrebbe andare inevitabilmente verso la libertà, ma qui sorgono tutta una serie di problemi: che volto diamo, alla libertà? E che significato possiamo attribuirle? È difficile rivestire di una cornice di senso un concetto così astratto, utopistico e irraggiungibile: vedremo, vedremo.”

Sul palco vediamo ora un uomo che si sta liberando da questo conflitto interiore: ha ottenuto la possibilità di volgersi a vedere il sé bambino senza rimorsi, la consapevolezza di aver realizzato i suoi sogni senza scendere a compromessi…facendo ciò che lo fa stare bene.

“Potessi apparirti [a sé stesso (bambino?), ndr] come uno spettro lo farei adesso
Ma ti spaventerei perché sarei lo spettro di me stesso
E mi diresti: “Guarda, tutto a posto
Da quel che vedo, invece, tu l’opposto
Sono sopravvissuto al bosco ed ho battuto l’orco
Lasciami stare, fa’ uno sforzo, e prenditi il cosmo
E non aver paura che…”

No, non è vero
Che non sei capace, che non c’è una chiave!”

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10 commenti

  1. Ciao a tutti! Volevo ringraziare sinceramente ciascuno di coloro che hanno speso un momento per leggere questo articolo, per mettere like e soprattutto per esprimere con delle bellissime parole, un sincero apprezzamento a ciò che ho scritto; tutto questo da ai contenuti del nostro progetto un valore aggiunto insostituibile che apprezziamo tantissimo. Grazie mille a tutti!

  2. Stupefatto…
    Bravo Ruben, poi io sono affezionato a Caparezza perché cita Mariele Ventre in uno dei suoi brani e anche per altre ragioni.

  3. Stupefatto…
    Bravo Ruben, poi io sono affezionato a Caparezza perché cita Mariele Ventre in uno dei suoi brani e anche per altre ragioni.

  4. Woow!!! Il multitasking dell’arte Ruben De Ritis non finisce mai di sorprenderci! Così giovane e così grande nel contempo! Chapeau.

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