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Brian Wilson

Illustrazione: Giacomo Sbaraglia

God only knows.

The Beach Boys, 1964.

Immaginate di essere su un volo aereo per Houston, sono gli anni ‘60 e siete un ragazzo californiano investito da una quantità di fama, concerti e produzioni enorme. Avete iniziato a fare uso di erba ed LSD da poco, per trovare una via d’uscita alla mole di lavoro che vi investe in quanto leader dei Beach Boys, una delle più famose band del momento. Ad un certo punto, appena iniziato il viaggio per l’ennesimo concerto, siete colti da un irrefrenabile istinto di sfogare tutta questa pressione che grava su di voi.

“Sentivo di non avere scelta, ero abbattuto mentalmente ed emotivamente perché correvo, saltavo su jet da una città all’altra in avventure di una notte, producevo, scrivevo, arrangiavo, cantavo, pianificavo, insegnavo, fino al punto dove non avevo pace mentale e alcuna possibilità di sedermi davvero e pensare o addirittura riposare.”

Il 23 dicembre 1964, Brian Wilson soffrì di un grave esaurimento nervoso cinque minuti dopo l’inizio del volo su cui la band si stava recando a Houston per un concerto. Un suo compagno di band, Al Jardine, dichiarò: “Eravamo davvero spaventati per lui. Evidentemente ha avuto un crollo. Nessuno di noi aveva mai assistito a una cosa del genere”. La stampa di Houston descrisse l’incidente dicendo che Brian “ha iniziato a piangere e a emettere rumori stridenti. Ha urlato contro un cuscino, si è alzato dal sedile e ha singhiozzato sul pavimento della cabina.”

Una volta tornato a casa, Wilson decise di prendersi una pausa dalla vita pubblica fino al 1976. Il gruppo che gli aveva dato fama e successo lo stava anche distruggendo mentalmente, e ci avrebbe messo molto tempo a rinnovare le sue condizioni psico-fisiche, lottando contro isolamento e dipendenze.

Oltre il sogno americano.

Brian Wilson è oggi un signore ottantenne californiano dedito ancora alla musica; ha vissuto però in passato una situazione familiare complicata ed opprimente a causa del padre, Murry Wilson, futuro manager del gruppo e compositore di canzoni per hobby, che usava violenza verbale e fisica su Brian e i suoi fratelli regolarmente e non esitava a gettare la sua ombra su ogni cosa che facessero. Brian crebbe però con una attitudine naturale per la musica: da bambino era affascinato dai grandi compositori del passato come Bach e Beethoven, suonava con bravura fisarmonica e pianoforte e aveva l’orecchio assoluto, oltre che una bella voce acuta.

Da adolescente gli fu regalato un registratore a nastri e da allora iniziò a produrre le sue prime canzoni e registrazioni, tra le quali il suo primo singolo di successo nazionale con i Beach Boys fondati nel frattempo: Surfin’ Safari. Sarebbero seguiti altri album di successo leggeri e prettamente “californiani”, prima della svolta del 1964.

Il gruppo dei Beach Boys era composto dai fratelli Brian, Carl e Dennis Wilson, il loro cugino Mike Love e l’amico comune Al Jardine. Loro erano dei ragazzi californiani appassionati di musica, conosciuti ai più per la diffusione dell’immagine tipica della costa californiana anni ’60 con le loro canzoni: sole, spiaggia, ragazze, divertimento e soprattutto surf. In una parola: sogno americano. Tuttavia, l’incidente che occorse a Brian nel 1964, all’apice del loro successo, cambiò radicalmente le carte in tavola, dopo aver prodotto album e singoli come Surfin’ USA, California Dreamin’ e California Girls che avevano dominato le classifiche statunitensi fino ad allora.

Pet Sounds.

La breve ma fondamentale fase del surf del gruppo era finita: Wilson avrebbe impresso progressivamente un cambio di rotta profondo, con una maturazione stilistica e sonora che ha avuto pochi pari nella storia del rock. Era ispirato da grandi compositori di canzoni e colleghi produttori che l’avevano preceduto come George Gershwin, The Four Freshmen, Phil Spector, Burt Bacharach ed Henry Mancini, ma anche suoi contemporanei come Paul McCartney (con il quale ha sempre avuto una stima reciproca, oltre che una sana competizione creativa), Bill Haley, Elvis Presley e Stevie Wonder, spaziando da influenze jazz e swing a rock‘n roll e psichedeliche. 

Il risultato fu evidente fin da subito, infatti già dagli album del 1965 la sua sperimentazione compositiva iniziò a prendere piede, sfociando l’anno dopo nel capolavoro della band che tutti conosciamo: Pet Sounds

L’armonia si era arricchita, gli arrangiamenti erano stati stratificati, variegati e resi più sonori per formare il cosiddetto “wall of sound” (sotto ispirazione dal suo collega produttore Phil Spector), sfruttando anche il riverbero naturale dello studio; i testi alternavano temi riflessivi e profondi ad altri ingenui e psichedelici. Tutto era perfettamente calcolato ed finalizzato a creare un capolavoro tutt’oggi riverito ed apprezzato, a suon di clavicembali, sassofoni, fisarmoniche, theremin ed innovazioni sonore e strutturali che avrebbero fatto scuola fin da allora.

In the USA.

Tuttavia, la sua genialità musicale stonava in un ambiente musicale come quello americano, già da allora estremamente polarizzato tra tendenze conservatrici e progressiste da eventi e tensioni sociali come la guerra del Vietnam, la sex revolution, black power e l’ambientalismo. La musica pop, allora neonata, doveva servire come slogan o divertimento attraverso ideali o soldi. Le vie di mezzo non potevano resistere, come nel caso di una musica fortemente personale ed aliena a questi temi: quella dei Beach Boys di quel periodo.

Wilson sotto questo punto di vista fu molto rilevante, per l’importanza e l’indipendenza che reclamava per la band e le sue idee: non dovevano servire qualcuno o qualcosa, che fosse un’etichetta o un movimento, ma essere liberi di esprimersi in autonomia. Fu anche tra i primi ad assumere i ruoli di compositore, arrangiatore, produttore ed esecutore in una sola persona. Non avendo però chi potesse sostenerlo e comprenderlo nelle sue idee, come i Beatles con George Martin, rischiava di essere ignorato… o peggio, incompreso.

Qualcuno dietro le spalle.

Appena dopo Pet Sounds, che aveva saputo tenere testa ad una pietra miliare come Revolver dei Beatles in piena era di British Invasion, Wilson si mise subito a realizzare assieme al collega Van Dyke Parks quello che sarebbe stato il suo vero capolavoro, se fosse uscito allora: SMiLE.

Infatti, vari mesi dopo l’annuncio del progetto sorsero varie voci contro il progetto del compositore, prime fra tutti quelle dubbiose dei suoi compagni di band e quelle dei produttori della Capitol Records, la loro etichetta, sempre più insoddisfatti del mancato completamento del nuovo album secondo il contratto. Le pressioni esterne e i conseguenti sfoghi di Brian, sempre più isolato e sconclusionato, crearono un deleterio circolo vizioso che avrebbe mandato a monte il progetto e la sua stessa salute: il tempo passava e Wilson sarebbe sprofondato sempre di più nelle sue idee, nella droga e nell’isolamento. 

Nel 1967, poco prima che i Beatles pubblicassero Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, egli annunciò al gruppo e ai produttori che avrebbe abbandonato SMiLE. L’unico rimasuglio del progetto come l’aveva concepito allora è la famosissima Good Vibrations, pubblicata subito dopo Pet Sounds e base di partenza per l’abortito album nonché per il capolavoro della controparte anglosassone: uno specchio della cultura psichedelica di quel tempo, tra la sperimentazione sonora, la visione caleidoscopica del mondo e le tante allucinazioni. 

Fu l’inizio di un nuovo periodo negativo di Brian, aggravato dall’avversione del cugino Mike Love, che non aveva mai nascosto l’odio verso SMiLE. Il suo ruolo nel gruppo si fece sempre più marginale, soffocando le insoddisfazioni e i malesseri nel cibo, nell’alcol e nella droga. Le sue manie ed i problemi già presenti ebbero effetti devastanti che sarebbero stati riconosciuti solo in seguito: schizofrenia, disordine psicoaffettivo e depressione furono solo alcuni degli effetti dei quali ha sofferto ed è tornato a soffrire insistentemente da più di dieci anni. 

Fu nel 1975 che iniziò un’estrema terapia psicologica del guru-psicologo Eugene Landy e, lentamente, sotto l’influenza pressante e continua di quest’ultimo, ritornò sulle scene. Fu una “cura” che ebbe però un costo enorme: abusi continui, parcelle salatissime e sfruttamento dell’assistito da parte dello psicologo (che sarebbe stato espropriato del permesso di esercitare la professione solo dopo), e non era ancora finita.

Fuori dal tunnel?

Tra ricadute e miglioramenti non fu affatto semplice per il musicista riprendersi dagli eccessi, con il fallimento del suo primo matrimonio, negligenze, incomprensioni ed omissioni da parte di egli stesso, della band, di Landy e di tanti altri. Wilson fu scagionato dalla custodia di Landy solo nel 1991, quando i suoi compagni di band capitanati da Love intentarono una causa contro il guru e lo “liberarono” dalla discussa e tossica collaborazione artistica che aveva stretto nel frattempo con quest’ultimo. 

Ci furono poi cause su cause riguardo i diritti d’autore tra Wilson, Love e l’etichetta Irving Records che si risolsero solo nei primi 2000. Nel frattempo Brian iniziò a ristabilirsi da anni di eccessi, la morte dei suoi due fratelli minori Carl e Dennis e le sottomissioni psicologiche, riprendendo a collaborare con altri colleghi e a comporre autonomamente. 

Wilson continua ancora oggi a suonare e comporre, nonostante due operazioni importanti che lo hanno lasciato con le stampelle, la malattia mentale e i tic facciali causati dalla terapia di Landy. C’è però chi dice che ci siano ancora altri che decidano per lui cosa deve fare, a farlo andare in tour da solo e con i Beach Boys rimasti, nonostante la stanchezza e l’età, e a lasciarlo cadere spesso nel panico sui palchi dove suona, sotto gli effetti dei suoi problemi psichici. D’altra parte però Wilson dice che ama andare in tour e comporre, anche se non ai ritmi (e i prezzi dei biglietti) degli anni ‘60. 

Questa non è la sede per tirare le somme o giudicare l’operato di qualcuno in particolare: il torto non sta da una sola parte e nessuno può obbligare qualcun’altro a fare qualcosa. Voglio apprezzarlo come un gran compositore e soprattutto come una  persona bella, nonostante tutte le sopraffazioni di cui è stato vittima e la conseguente incapacità di emanciparsi dalle influenze esterne. Questa è però una buona occasione per augurargli il meglio e che possa sempre decidere per sé, senza voci, guru, produttori o prepotenti che lo facciano per lui… che riesca scendere definitivamente dal volo per Houston del ‘64. 

SMiLE sarebbe uscito come album del solo Brian Wilson nel 2004 e poi come raccolta di varie take e demo dei Beach Boys nel 2011, ottenendo in ritardo il consenso che meritava per le innovazioni musicali, la qualità compositiva e la descrizione enfatica del sogno americano: partendo dalle spiagge della California alle foreste degli Appalachi, continuando per il Far West alla Plymouth Rock… terminando alle Hawaii. Una specie di Rapsodia in Blu di Gershwin, portata nell’ambito pop e infarcita di citazioni alla cultura americana e psichedelica.

Questa è la sede anche per apprezzare ed imparare da cosa di buono ci ha lasciato fino ad ora: la sua musica e la sua persona.

 

“Non sono un genio folle. Non sono per niente folle. Mi aggiro dalle parti della pazzia, ma c’è anche dell’equilibrio nella mia vita.”

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