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Bill Evans

Illustrazione:  Giacomo Sbaraglia

Un ritratto in Jazz.

“Il mio corpo sente dolore. Il taxi sobbalza bombardato dal sole che c’è fuori, troppo per i miei occhi. Meno male che Laurie è qua accanto a me, vorrei dirle tante di quelle cose…ma il mio labbro è stanco, non capirebbe niente. Sta piangendo, chiede al tassista di andare in fretta, più in fretta all’ospedale. Non servirà. La amo, amo tutte le persone che mi sono state vicine ma me ne devo andare, ho capito da tempo che il mio posto non è più in questo mondo. Harry, Scott…tornerò lassù da voi e faremo la gig migliore che si sia mai vista. Sto arrivando.”

Era il 15 settembre del 1980 quando Bill Evans, leggenda del jazz e in particolare del pianoforte, moriva per un’emorragia interna aggravata da epatite, cirrosi, ulcera e polmonite non curate. Era terminato il “suicidio più lungo della storia”, come lo definì il suo amico Gee Lees in seguito.

William John Evans nacque il 16 agosto 1929 in New Jersey, U.S.A., da padre gallese proprietario di un campo da golf e da madre discendente di minatori russi dell’Ucraina. La situazione in famiglia era piuttosto turbolenta, a causa del gioco d’azzardo, la violenza e l’alcolismo del padre. Ciò portò spesso la madre di Evans a lasciare casa ed andare in una cittadina vicina dove vi erano amici e familiari, con i figli William ed Harry, di due anni più grande. Il piccolo Evans era molto legato al fratello maggiore e quando questi, durante una delle solite “uscite”, iniziò a ricevere insegnamenti di pianoforte si interessò allo strumento, ascoltando le lezioni e suonando poi ciò che il fratello suonava. 

Presto iniziò anche William a prendere lezioni di pianoforte ed in seguito pure di violino, flauto ed ottavino, studiando ed ascoltando i repertori classici e novecenteschi (soprattutto la musica jazz e quella di Stravinskij, Debussy, Ravel e Milhaud). Tra gli anni del liceo e del college fece le sue prime esperienze in varie formazioni e band, anche se per pochi soldi, poco successo e tanto lavoro, ma ciò non gli impedì di iscriversi a ben tre corsi universitari: quelli di flauto, pianoforte e composizione, i cui insegnamenti sarebbero stati fondamentali per la sua formazione. 

Dopo la laurea con bachelor in pianoforte, il giovane Evans entrò nell’esercito, tenendo sempre viva la sua attività musicale componendo e suonando. Fu in questo periodo che compose i suoi primi brani, dei classici come “Very early” e “Waltz for Debby”, e in reazione alla dura vita militare iniziò una frequentazione che avrebbe mantenuto per tutta la vita: la droga, inizialmente marijuana a scopo ricreativo. Al termine del servizio militare si prese un anno sabbatico dal concertismo per esercitarsi, non contento del suo modo di suonare; dopodiché ritornò in attività, in cerca di nuovi ambienti. In questo periodo iniziò a girare gli States e conobbe tanti professionisti del settore come Chet Baker, George Russell e soprattutto Miles Davis.

https://youtu.be/dH3GSrCmzC8

Tu credi nella primavera?

Il Bill Evans di allora aveva l’aspetto del giovane di belle speranze DOC, dal fisico robusto di un giocatore di football, capello curato, mascella quadrata ed occhiale da intellettuale, ma a dispetto di ciò la sua mente conteneva un caleidoscopio di riflessioni, studi e pensieri dalla varietà e sensibilità impressionanti. Era un avido lettore, soprattutto di libri filosofici e umoristici (come Platone, Voltaire, Whitehead, Santayana, Freud, Margaret Mead, Sartre e Thomas Hardy) ed era affascinato dalle religioni e i pensieri orientali come l’Islam, lo Zen, l’Induismo ed il Buddismo. Dipingeva, disegnava e praticava anche l’hobby del golf grazie agli insegnamenti di suo padre, nonostante le turbolenze familiari.

Evans sul pianoforte concretizzava il suo essere: una persona riflessiva ed analitica, quasi eremitica ed ipersensibile, con la musica nel sangue e nei nervi. Era ispirato dal repertorio classico che tanto aveva studiato, ma soprattutto da pianisti rivoluzionari delle prime ere del jazz come Oscar Peterson, Bud Powell, Nat King Cole e Lennie Tristano. Influenzò anch’egli numerose generazioni di jazzisti, non ultimi Chick Corea, Keith Jarrett ed Enrico Pieranunzi, Herbie Hancock e Michel Petrucciani grazie alle sue innovazioni: l’armonia era una delle parole d’ordine delle sue esecuzioni ricche di sfumature coloristiche, assieme alla lirica con cui creava le frasi e il tocco con cui gli dava vita in modi sempre nuovi, curvo sul pianoforte in religiosa riflessione ed immaginazione a suonare.

Il giovane Bill Evans era però piuttosto insicuro delle sue capacità, complice la sua natura riservata e titubante, e cambiò tra il 1957 e 1958 differenti ambienti e formazioni. Si fece le ossa con veri e propri giganti del jazz, come il pianista e compositore George Russell a quella del trombettista Miles Davis, dando contributi importanti anche ad un album che ha cambiato la storia del genere come “Kind of blue” di quest’ultimo. Tra una band e l’altra aveva iniziato, però, a consumare eroina, probabilmente a causa di cattive influenze, nonostante il tentativo inutile di Davis di dissuaderlo e in seguito le numerose cure al metadone.

https://youtu.be/TLDflhhdPCg

Ci incontreremo di nuovo.

Fu l’incontro fortuito di Evans con il contrabbassista Scott LaFaro, al contrario di lui sanguigno e vitale, a dare lo spunto per cambiare le carte in tavola nella creatività nei gruppi jazz. Con il loro debutto “Portrait in Jazz” infatti, i due musicisti, coadiuvati dal batterista di origine armena Paul Motian, svilupparono un approccio ben distante dal classico trio dominato dal pianoforte, con il contrabbasso e la batteria relegati ad accompagnamento o al massimo ad interventi a compartimenti stagni: furono i primi a sviluppare un dialogo creativo pressoché egualitario fra gli strumenti. L’equilibrio tra le riflessive armonie del pianoforte di Evans e le dirompenti frasi del contrabbasso di LaFaro era retto dai ritmi e poliritmi della batteria di Motian, come testimoniato da album e live che hanno fatto scuola.

Tuttavia, LaFaro non ebbe tempo di proseguire l’esperienza rivoluzionaria del Bill Evans Trio: rimase ucciso in un incidente stradale nell’estate del 1961, pochi giorni dopo la gig [termine che sta per “concerto” in slang jazzistico] del trio al Village Vanguard, considerata il loro culmine artistico per qualità musicale ed intesa. Fu un colpo devastante per Evans, che non pubblicò o suonò per molti mesi. Ricominciò l’anno dopo, consumando però con gli anni sempre più eroina e poi cocaina, seppur rigorosamente fuori dall’attività musicale e assieme alla sua fidanzata di allora Ellaine Schultz (nonostante i precedenti tentativi dello stesso contrabbassista di farlo smettere).

Nel frattempo Evans continuò a suonare e collaborare soprattutto con il contrabbassista Eddie Gomez dal 1966 fino al 1978 e il cantante Tony Bennett tra il 1975 e il 1977.

Strinse nel 1973 una nuova relazione con Nenette Zazzara, sua futura moglie, malgrado quella in corso con Ellaine. Quando ne parlò alla fidanzata, questa finse di accettarlo, prima di gettarsi sotto un treno per il dolore; il jazzista tornò così a fare uso di eroina nonostante il matrimonio con Nenette e la nascita del figlio Evan nel 1975.

Negli ultimi anni, debilitato fisicamente e moralmente dagli abusi e dalle tragedie, il pianista statunitense sperimentò ulteriormente la formula del trio puntando sull’improvvisazione di gruppo, l’interazione fra i musicisti e gli esperimenti armonici che sconfinarono anche nella dodecafonia di “Twelve Tones Tune Two”.

https://youtu.be/uco5FNbjqv0

Notte e giorno.

Nel 1979, il fratello Harry, cui era stata diagnosticata una schizofrenia, morì suicida a soli 52 anni. Fu il colpo di grazia alla volontà di vivere di Evans, che cancellò alcuni suoi concerti ed accelerò il suo lungo suicidio alimentato dalla droga e da malattie contratte che non fece curare. La sua ultima fidanzata, Laurie Verchomin, ritenne che lui fosse a conoscenza del poco tempo che gli restava. A conferma di quest’aspetto ci viene incontro il titolo del suo ultimo album pubblicato in vita, dedicato al fratello subito dopo la morte di quest’ultimo: “We will meet again”.

Moriva così quel pomeriggio di settembre uno dei più grandi pianisti jazz della storia: barba lunga, occhi inquieti e penetranti, volto scavato e spigoloso e mani gonfie. Con in mente da una parte il nero della morte, dalla parte opposta la bellezza dell’arte. Il brano con cui ho introdotto il nostro discorso è una mia riflessione, un’umile immedesimazione che non ha alcuna pretesa di essere la pura rappresentazione degli ultimi pensieri di Bill Evans. E’ frutto della mia ricerca sull’artista, un tentativo di lettura del suo sentire, della sua caduta fisica ed ascesa artistica. È un “ritratto in jazz”.

https://youtu.be/x5arK5GWXG4

“A quel punto chiesi (parla Gene Lees, amico di Evans in un’intervista della rivista “Musica Jazz”, ndr) a Bill: «Se, con la macchina del tempo, tu potessi ascoltare Beethoven o Chopin che improvvisano, lo chiameresti jazz?». «Il jazz non è un ”cosa” ma un ”come”», rispose Bill, «Se fosse un ”cosa” sarebbe statico e non crescerebbe mai. Il ”come” è che la musica proviene dall’attimo, è spontanea, esiste nel momento in cui è creata. E chiunque faccia musica secondo quel metodo mi trasmette un elemento che rende la sua musica jazz».”

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