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Asilo: relazionarsi con gli altri

Illustrazione: Ilaria Costaglia

Quando entriamo per la prima volta in asilo, incominciamo ad avere interazioni quotidiane con persone al di fuori dei nostri genitori. Ricordo bene le prime amicizie, i primi baci sulla guancia che mi dava una compagna di classe di cui ero innamorato, che mi facevano diventare tutto rosso, e nonostante lei mi dicesse ti amo, io non riuscivo a ridirlo, anche se pensavo di provare lo stesso. Sin da piccoli un’azione nasconde dietro una storia; un dispetto, una carezza, possono derivare da ciò che viviamo in casa, da ciò che subiamo o riceviamo. Tuttavia ogni gesto compiuto è sincero, puro, sia nel male che nel bene, o quantomeno io pensavo fosse così, perché credevo che non ci fosse bisogno di interpretare, di capire il motivo che si nasconde dietro ciò che è apparenza. Per me non esisteva l’apparenza: se un mio amico mi picchiava allora voleva farmi del male, se mi dava un pezzo di merenda voleva dimostrarmi condivisione, vicinanza. Non pensavo che ci potesse essere qualcosa sotto, un’azione guidata da un interesse specifico, da un qualunque secondo fine. Per me il mondo era esplicito e diretto. Soprattutto, il mondo era leggero. Ero felice oppure triste, ma non avevo paura di essere ferito, perché sapevo che sarebbe passata velocemente, che avrei trovato subito altri amici, altri amori. Non avevo alcuna ansia quando parlavo con le persone, perché non mi aspettavo che potessero essere bugiarde; buone o cattive sì, ma non bugiarde.

Vi è un detto che afferma che la politica dovrebbe essere lasciata ai bambini, perché troverebbero la miglior soluzione per tutti, nel minor tempo possibile.

Un bambino è profondo ma non pesante, leggero ma non superficiale.

Ma allora quand’è che complichiamo le nostre relazioni, quand’è che abbiamo paura di esporci?

Forse, quando veniamo feriti da un gesto falso, da un’illusione, da un raggiro. Arriva per tutti il primo momento in cui vi è la scoperta di un comportamento che naturalmente dovrebbe significare qualcosa, ma in realtà nasconde altro. Da quel momento qualcuno non solo può ferirti, ma approfittarsi di te.

Amare e ferire sono degli atti naturali, inevitabili, l’inganno è un’invenzione dell’uomo.

Prima o poi diventiamo tutti bugiardi.

Forse, perché è il metodo più comodo per difendersi sia dalle verità che dalle bugie. Quindi pensiamo, illusoriamente, che sia il miglior modo per evitare di ferire ed essere feriti: esporre i propri sentimenti, le proprie opinioni, buttarsi appieno su una relazione o su una causa, comportano il rischio di essere da una parte feriti dalla sincerità altrui, che può essere dolorosa, ma anche dalla malafede che, contrapposta ad un atto di fiducia, può essere ancora più dolorosa. Inoltre, essere sinceri con chi si espone con noi, a volte equivale a ferirlo.

Mentendo, invece, da una parte non diamo occasione alle persone di scoprire noi stessi, e quindi di dirci veramente cosa pensano di noi, dall’altra evitiamo di dire ciò che noi pensiamo veramente degli altri, in relazione a ciò che ci mostrano di loro, che probabilmente non è a prescindere un qualcosa di vero. Ormai ci aspettiamo la bugia dal principio in cui conosciamo una persona, e non ne facciamo neanche un dramma, perché essendo tutti carnefici, non ci sentiamo più vittime, anche se siamo entrambi al tempo stesso.

Chissà come sarebbe il mondo se avessimo il coraggio e la sfrontatezza di un bambino, la capacità di amare e ferire senza paura, la voglia di ripartire continuamente da zero, avendo la certezza che tutto ciò che accade è vero, reale, e quindi immutabile, perché è la pancia a parlare.

Forse non vivremmo in un mondo migliore, né avremmo relazioni meno dolorose, ma avremmo la sicurezza che è stato tutto autentico.

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