arte-guerra-ed-estetizzazione-della-sofferenza

Arte, Guerra ed Estetizzazione della Sofferenza 

Illustrazione: Maria Brancatisano

La funzione dell’arte, fin dai suoi albori, si è sempre modificata, nella forma e nei contenuti, in relazione ai contesti storici e socioculturali in cui viene prodotta, sia quelli macroscopici, sia le singole realtà minori. Dalle pitture rupestri alla grande pittura storica dell’800, dagli affreschi nelle cattedrali alle grandi installazioni site-specific, l’opera degli artisti è spesso stata dettata dal suo ruolo pubblico e sociale, e ovviamente l’arte – e tutto ciò che la riguarda – squisitamente contemporanea non è da meno. 

Proprio per questo è fondamentale indagare e riflettere sul ruolo attivo che l’arte e gli artisti dovrebbero svolgere in periodi e contesti complessi come possono essere quelli di guerra. La storia ci consegna alcuni esempi fondamentali di artisti che hanno votato la loro arte alla riflessione sulle atrocità della guerra, attraverso messaggi e simboli, a volte mutando il loro linguaggio, altre lasciandolo invariato.

Goya rappresentò il lato più macabro, crudo e grottesco dell’invasione napoleonica della Spagna; mentre Jaques Callot usò la sua sgorbiastrumento per l’incisione; n.d.r. con la stessa eleganza con cui raffigurava nobili eventi mondani per raccontare e diffondere i risultati nefandi della Guerra dei Trent’anni. Fenomeni come questi sono stati innumerevoli, e riportarne anche solo una quantità minima sarebbe impossibile per questioni di spazio, tuttavia al lettore basti pensare, rimanendo solo a tempi più recenti, a esempi noti come Guernica di Picasso o Costruzione molle con fave bollite di Dalì per definire un’idea di arte sulla guerra a cui ci stiamo riferendo. 

Ai fini del discorso è importante notare anche l’esistenza di artisti che hanno preso attivamente parte alla brutale vita reale della Guerra: Benvenuto Cellini, ad esempio, racconta nella sua autobiografia che imbracciò le armi a difesa di Roma durante il sacco del 1527, e Urs Graf, incisore svizzero, impugnava l’alabarda come mercenario da fanteria. 

Oggi ci ritroviamo ad essere emotivamente coinvolti in una guerra che ci sembra pericolosamente vicina, non solo per la concreta distanza geografica che ci separa, ma per la vicinanza culturale degli invasi. 

Ma questa guerra, che sta preoccupantemente diventando parte della nostra quotidianità, è una guerra del terzo millennio, e si sta combattendo con le parole e con i simboli, oltre che con le armi.  Simbolica è infatti stata la consegna dei documenti per l’adesione ucraina alla UE dalle mani di Ursula von der Leyen a quelle Zelensky all’interno di una cartella con la bandiera ucraina e quella europea sulla copertina; così come simboliche – oltre che, ovviamente, pratiche – sono state le dimissioni di Francesco Manacorda dal ruolo di direttore del Ges-2 giovanissima nuova sede della V-A-C Foundation di Mosca

Proprio in luce di questo nuovo valore acquisito dai simboli è ancora più angosciante il silenzio di molti artisti, che si limitano ad illustrare la guerra in una ignava estetizzazione della sofferenza, impegnata solo apparentemente, in realtà vuota e priva di simboli concreti o messaggi reali. Molti artisti, appunto, scelgono la via dell’ignavia, rifiutandosi di prendere posizioni su temi che riguardano la vita comune, quella della “gente”, relegando la loro opera agli esclusivi interessi dell’élite a cui la rivolgono.

L’impegno degli artisti contemporanei è spesso, tragicamente, un impegno di superficie, che si limita a raccontare la guerra, invece che affrontarla criticamente.

D’altro canto, anche le mostre hanno abituato il pubblico ad una estetizzazione priva di qualsiasi complessità o approfondimento: la mostra “blockbuster” antologica Steve McCurry. Icons, dedicata al noto fotografo statunitense e inaugurata a Conegliano (Treviso) nel Novembre 2021, si limita a mostrare meravigliose e forti fotografie accatastate in sale senza nessi tematici o logici, privando lo spettatore di qualsiasi chiave di lettura e lasciandogli solo un bianchissimo senso di compassione per i soggetti. 

Ci tengo tuttavia a concludere un articolo così critico con una nota positiva: la mostra This Is Ukraine: Defending Freedom, evento collaterale della 59esima Biennale di Venezia, visitabile fino al 7 Agosto nella Scuola Grande della Misericordia. Un’esposizione ideata e realizzata in meno di quattro settimane che riesce a mostrare, sicuramente non senza una buona dose di propaganda, un’arte ucraina e contemporanea capace di andare oltre la narrativa superficiale della guerra, e ad indagarne i significati e gli impatti profondi.

Un Arte sulla guerra e contro la guerra è fondamentale, ed è necessario che gli artisti si riapproprino dell’uso e della potenza dei simboli; che ricomincino ad usare il medium per lanciare messaggi chiari e prendere posizioni forti

Condividi questo articolo!

Lascia una risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *