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Arma d(i)struzione di massa

Copertina: Ilaria Barracca

Raramente parlo pubblicamente di accadimenti nella mia sfera privata, ma ciò a cui ho assistito qualche giorno fa è ciò che avviene in tutta Italia.

Un ragazzo molto bravo, appartenente alla mia associazione universitaria, si è laureato. Molti dell’associazione sono andati ad assistere alla discussione e successivamente a festeggiare. Ahimè avevo lezione, ma durante la pausa, sono entrato nell’auletta dell’associazione e ho visto una mia carissima amica piangere.

Un pianto non di felicità per la laurea di un nostro amico o della paura di non frequentarlo più, ma di dolore, di abbattimento. La mia amica soffre di depressione, ha problemi seri a casa e l’università, come dico sempre, è una spugna. Aveva deciso quest anno di approcciare un nuovo corso di laurea, perché nel vecchio percorso, nello stesso ateneo, era riuscita a portare a casa solo un’esame, quello opzionale. 

Non è dovuto al disfattismo, ma ad uno stato mentale, ai vari problemi. Nonostante il cambio di indirizzo, ha deciso di non proseguire gli studi oltre quest anno accademico per poter risolvere le varie problematiche personali e familiari, ma vedendo un nostro caro amico fare una discussione eccezionale e laurearsi l’ha fatta sentire fallita.

 

Ci vuole coraggio per prendere la scelta di abbandonare gli studi per dedicarsi a sè stessi, per rinascere e in futuro nel caso riprendere. La sua scelta è dovuta anche a non sentirsi un peso economico con i genitori. La sua situazione coinvolge più temi: salute mentale, accesso serio all’università e stabilità familiare.

 

La pandemia ha rotto la psiche di tutti, non neghiamolo! Lo stato che ha fatto? Molto poco. Il risultato? Molti suicidi e moltissime persone hanno deciso di abbandonare gli studi. L’università da arma di istruzione è diventata di distruzione di massa.

A pesare sulle coscienze di chi fatica è il peso economico per giungere al conseguimento della laurea. Anche qui lo stato che ha fatto? Nulla! Solo proroghe di un semestre per i laureandi, ma mai sollecitando le regioni a pagare le borse di studio, aumentandone il budget e le persone che possono accedervi.

 

Che società vogliamo essere? Che futuro vogliamo avere se i giovani, come me, non riescono ad andare avanti? Questa volta non voglio dare la soluzione che ritengo giusta, voglio far riflettere.

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