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Antonella Ruggiero e i Matia Bazar

Illustrazione: Benedetta Giammarco

Stravaganza e pop: una questione d’immagine?

Vacanze romane – Acustica

Immaginate di essere su un palco davanti a migliaia di persone. Le luci puntate addosso, il resto del gruppo dietro di voi pronto a suonare, dopo giorni di prove e anni di carriera. Tutto questo è riversato su di voi: siete il primo musicista che il pubblico vede dalla platea, il megafono sul quale il gruppo conta, che veicola il senso musicale di tutto quel che suonate, e si assume oneri e onori. Tutto passa attraverso l’immagine: la presenza scenica, la precisione e anche la prontezza, necessari per spronare ognuno del gruppo al meglio e unificare le singole parti. Ma cos’è l’immagine di un gruppo? 

Vediamolo assieme. 

Certi frontman (basti pensare alla coppia Lennon-McCartney per i Beatles, Freddie Mercury per i Queen o Peter Gabriel e Phil Collins per i Genesis) diventano spesso e volentieri anche più famosi come singoli artisti, che in quanto membri dei gruppi che rappresentano. Ci sono però sottili elementi, a volte neanche troppo nascosti, che possono contraddistinguere radicalmente ogni artista tramite il linguaggio non verbale: l’azione scenica, ossia la quantità e il tipo di movimento, e lo stile scenico, che comprende sicuramente l’abbigliamento e l’atteggiamento, ma anche l’attrezzatura e il materiale di scena. I protagonisti che metteremo a fuoco oggi nel nostro percorso di scoperta musicale sono il gruppo genovese dei Matia Bazar e la loro prima e iconica frontwoman, Antonella Ruggiero.

Io, Matia

Per un’ora d’amore

Tutto partì da un nome, uno pseudonimo che la giovane Antonella, all’esordio della carriera discografica, adottò per dare un’idea di mescolanza, indefinitezza tra sessualità maschile e femminile: Matia. Era allora ed è tutt’oggi un “tipo”: ieri una grafica pubblicitaria dal fascino magnetico, con un talento “innaturale” per il canto, la passione per la musica, la natura, la religione e la cultura di inizio ‘900; oggi, invece, una donna che ha sempre spinto al massimo le sue potenzialità con passione e tecnica certosina e che, con il tempo, si è guadagnata la possibilità di poter concretizzare la dedizione alla musica con sempre maggior libertà, di poter manifestare il proprio bizzarro, pittoresco modo di essere.

Rispetto ai cantanti che si muovono tanto, corrono sui palchi, saltano e fanno bagni di folla, la Ruggiero è sempre stata un tipo di frontwoman relativamente statico, che predilige pochi movimenti in un ristretto spazio, puntando tantissimo sì sulla performance vocale e l’accattivante outfit, ma è sul volto che si verifica il vero spettacolo: un volto che si muove, sorride, si tende e canta senza una nota fuori posto, proiettando ogni singola cellula di emozione anche dagli espressivi occhi. Ma non sono stati solo la sua femminilità, la sua presenza scenica o il suo talento a permetterle di essere iconica nel paesaggio musicale italiano: è il suo ruolo come portavoce e artefice, assieme ai Matia Bazar, di un’intera èra artistica e culturale.

Del pop e delle sue declinazioni.

C’è tutto un mondo intorno

Era il 1975: dalle ceneri del gruppo rock dei Jet i giovani Aldo Stellita (basso e testi), Piero Cassano (tastiere), Carlo Marrale (chitarra e voce) e la loro collaboratrice esterna Antonella Ruggiero decisero di creare un nuovo progetto, coinvolgendo il batterista dal ritmo innato Giancarlo Golzi (allora proveniente dai Museo Rosenbach, tra l’altro, sciolti pochi anni prima anche a causa di insensate accuse rivolte loro di apologia al fascismo). Idearono in fretta e furia il nome “Matia Bazar” in onore della prima donna Antonella, e pubblicarono il loro primo singolo prima dell’arrivo di Golzi. Per capire il calibro di questa formazione, l’esordio fu un brano simbolo di quel periodo come “Stasera…che sera!”, seguito con maggiore successo da “Per un’ora d’amore”, che aveva “Cavallo bianco” come lato B del disco. 

Con tre brani abbiamo già dato un’idea della colonna sonora del tempo, quello del 1976 italiano, e basta fare pochi altri nomi per capire l’importanza culturale di questo gruppo alla fine degli anni ‘70: “…e dirsi ciao”, “C’è tutto un mondo intorno” e “Raggio di luna”. Tra la vittoria a Sanremo e i primi grandi successi con melodie orecchiabili e hit di easy-listening, questo sarebbe potuto essere il corso ancora per tanti anni, se la formazione non avesse voluto optare per una virata di rotta stilistica, non condivisa da Cassano che abbandonò, per poi rientrare nel 1999. Si erano già fatti le ossa dimostrando anche le loro abilità esecutive, soprattutto Antonella con i suoi virtuosismi vocali, e si sarebbero avvicinati con nuovi soci a sonorità prettamente “europee”, ma anche altre provenienti da oltreoceano.

Nuovi europei

Vacanze romane

Fu l’avvicendarsi alle tastiere di Mauro Sabbione prima e Sergio Cossu poi ad assecondare il periodo di massima libertà creativa e sperimentativa della band: nell’album del 1981 “…Berlino…Parigi…Londra”, quando instillarono atmosfere quasi post seconda guerra mondiale, fredde e riflessive, poi nel lavoro del 1983 “Tango”, con l’introduzione preponderante di elettronica ed impressioni dalle mode anni ‘30 (tanto care ai colleghi dell’oltremanica Ultravox e ai teutonici Kraftwerk), ed infine in “Aristocratica”, album del 1984 e primo con Cossu, molto più surrealista e sperimentale con le consuete ispirazioni alla cultura europea. Fu poi un periodo di parziale ritorno al pop orecchiabile, pur mantenendo la consapevolezza musicale maturata fino a quel momento.

I cambiamenti di formazione degli anni ‘80 (essenzialmente fra i tastieristi) portarono a profondi cambiamenti sì di stile, ma anche di immagine: dalla solare giovialità dei primi anni alle atmosfere post belliche all’inizio degli anni ‘80, passando per la moda anni ‘30, con le sue pose ieratiche che nascondono il movimento e la sua eleganza leggera e schematica, arrivando alla fine del decennio con tinte più dark, predominando le giacche di pelle e l’essenzialità degli ornamenti. Tuttavia, un “trait d’union” lo troviamo in questa alternanza di facce, stili e modalità d’immagine: la stravaganza, l’anima alternativa dei primissimi anni, infatti, si ritrova in pochi, determinanti dettagli come i copricapi orientali di Marrale, i capelli lunghi di Stellita, le acconciature della Ruggiero e la consueta scelta di atmosfere demodé.

Capolavori di quel periodo di espansione musicale e di pubblico sono “Vacanze romane” (un “nuevo” tango italiano, chi se lo aspettava?), “Elettrochoc”, “Ti sento”, “Angelina”, “Fantasia” e tanti altri: espressioni di un estro creativo di gruppo spiccatamente pop, che però non fa mancare mai idee artistiche, raffinatezza e vivacità esecutiva. Un’intesa e supporto reciproco nel gruppo garantiva una grande varietà di spunti compositivi e creativi, forniti da ogni singolo membro evitando asti o competizioni: i temi vanno dal classico amore all’elegia di una città “con il cuore nel fango”, dallo svisceramento della vita moderna tra tecnologia e rivisitazione della tradizione ai pensieri più metafisici ed astratti messi in musica da Marrale, geniale compositore delle maggiori hit del gruppo, e tradotti in parole da Stellita, leader e sensibile poeta della formazione.

Ti sento

Il video si è fermato, come per magia

Tra 1988 e 1989, tuttavia, la Ruggiero prese la decisione di abbandonare la formazione (informando gli altri membri per tempo) per dedicarsi alla vita familiare: stava infatti per dare alla luce il figlio Gabriele e aveva bisogno di allontanarsi dal caotico schema di lavoro legato alla vita da musicista, perciò, terminati gli ultimi impegni, ufficializzò la sua uscita, prendendosi una pausa di svariati anni dall’attività musicale. Da quel momento in poi, tuttavia, il gruppo sperimentò e a volte subì una progressiva trasformazione tra sfaldamenti, contenziosi legali, cambi di formazione e soprattutto le dolorose morti di due membri fondatori: Aldo Stellita, il poeta silenzioso del gruppo, 25 anni fa, nel luglio 1998, e Giancarlo Golzi, l’essenziale motore ritmico della formazione, nel 2015.

Dal 2017, anno nel quale Cassano, rientrato nel 1999 nel gruppo, è stato l’ultimo fondatore a lasciarlo, tutto è nelle mani di un protagonista comparso silenziosamente nel 1998: il polistrumentista Fabio Perversi, che porta avanti oggi il marchio del gruppo. Questa è una storia tipica nel panorama del nostro paese: un breve lasso di attività tormentato, dalla creatività lancinante e ricolma di complicazioni, eppure sfavillante nella storia della musica per la sua spontaneità, la sua freschezza, la qualità invidiabile (Lo diciamo? E diciamolo!) anche all’estero e la sua stravagante bellezza. Tutto è cambiato, quel periodo indimenticabile degli inizi appartiene ormai alla storia ed è sempre ricordato troppo poco (un atteggiamento che conosciamo bene), ma può esserci un modo per non lasciarlo svanire assieme ai suoi protagonisti, nella velocità del nostro mondo: ricordare, gustare e “sentire”. “Non finisce così”, direbbe il compianto Golzi.

Cavallo bianco – Antonella Ruggiero, live 2022

Se dovesse definire la sua arte e, quindi, lei stessa?
“Libera. Come da ragazzina, da bambina, tu sei tu, non cambi, la radice c’è. E ridi di tante cose fatte dagli adulti.”

(Antonella Ruggiero, in un’intervista a Rolling Stone Italia)

“[…] Corre quel cavallo bianco in cielo
Guarda dove arriverà
Se arriverà alla sua meta;
Tra le nuvole del cielo porterà
Il calore delle stelle su di noi
Ma nel risveglio la mia mente corre e va
Per strade arcane e infinite, senza età
E le tue mani suonano dolci note per me
Seguendo un canto che ormai limiti non ha.”

(“Cavallo bianco”, 1976)

Ti sento
Bellissima statua sommersa
Seduti, sdraiati, impacciati.

Ti sento
Atlantide, isola persa
Amanti soltanto accennati.
Mi ami o no?

Ti sento
Deserto, lontano miraggio
La sabbia che vuole accecarmi.

Ti sento
Nell’aria un amore selvaggio
Vorrei, vorrei incontrarti.
Mi ami o no?”

(“Ti sento”, 1985)
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