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Addio, relativismo culturale

Illustrazione: Benedetta Giammarco

L’importanza della differenziazione

Nel saggio The original affluent society, l’antropologo Marshall Sahlins descrive il concetto di 

«poverty», ossia la povertà economica assoluta, come un’invenzione occidentale, un valore negativo utile alla definizione di ciò che è non-povero e che, perciò, verte in condizioni sane per la società. A proposito di questa concezione di povertà, gli antropologi della scuola antropologica dell’evoluzionismo sociale (Herbert Spencer, Lewis Henry Morgan e Edward Burnett Tylor) affermavano l’esistenza di un’unità psichica dell’umanità che attestasse l’uguaglianza potenziale di ogni essere umano, ma la presenza di diverse condizioni sociali che differenziano i popoli umani, e perciò una gerarchia: stato selvaggio < stato barbarico < stato civile. L’agognato, ma difficile, raggiungimento dello stato civile avrebbe, così, giustificato i colonialismi e le missioni civilizzatrici.

Ma giungiamo ora al sottotitolo dell’articolo: Sahlins ci racconta che quando si trovavano a scrivere dei Kalahari, popolazione indigena di cacciatori-raccoglitori dell’omonimo deserto africano, gli antropologi facevano osservazioni, compromesse dal punto di vista univoco della società occidentale, sulle condizioni “povere” di vita della popolazione in questione, esattamente come David Livingstone, missionario cristiano nella stessa zona dell’Africa centrale, scrive di aver avuto una conversazione sui motivi della pioggia con un indigeno e di aver tenuto un vero e proprio scontro culturale adducendo motivi scientifici alle credenze mistiche e spirituali dell’indigeno.

La potenza della differenziazione sta proprio in questo: nell’accogliere la cultura

Oggi si può affermare in piena tranquillità la compatibilità tra gli uomini e la natura favolistica della questione razziale, ma ancora, nell’immaginario collettivo, alcune usanze, alcuni costumi e alcuni popoli sono considerati più o meno avanzati e non, come sarebbe più corretto affermare, più o meno differenziati. È chiaro che, con l’avvento della non-lieuxizzazione (Marc Augé) e dell’economia controllata da aziende mondiali, la territorialità e la preservazione di una cultura differenziata possa sembrare difficile, se non impossibile ai nostri occhi, ma il motivo di questa sfiducia si insidia proprio nell’abitudine, di noi occidentali almeno, del vivere in un contesto iper-culturale, ossia distante dalla cultura originale e ancora più distante dalla natura, e di avere per questo il mondo a portata di mano, o per lo meno il mondo e le culture mainstream, quelle alla portata di tutti, che possono modellare le nostre scelte.

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