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50 sfumature di ciclo mestruale

Copertina: Ilaria Barracca

Dai tabù, al congedo mestruale, alla normalizzazione del dolore

«Sono arrivati i pittori» in UK, «Gli inglesi sono sbarcati» in Francia, «La settimana dei mirtilli rossi» in Svezia, «Surfare l’onda cremisi» in Australia sono soltanto alcuni dei modi di dire che vengono utilizzati nel mondo per parlare di mestruazioni. End Period Euphemisms è un cortometraggio realizzato dal brand di prodotti mestruali Intimina, che mostra come siamo soliti utilizzare queste e altre locuzioni per descrivere le mestruazioni, evitando così di chiamarle con il loro nome. Il 58,1 per cento degli italiani per definirle parla semplicemente di «ciclo», «problemi di donne» o di «rotture». «Ho le mie cose» è la frase più detta dalle italiane, almeno una volta al mese.

Questi modi di dire non fanno altro che alimentare lo stigma verso il sangue mestruale, identificandolo come qualcosa di cui doversi vergognare, tanto da non poterlo neanche più chiamare con il proprio vero nome. Ma come mai ci vergogniamo delle mestruazioni? In Italia come anche nel resto del mondo, sono sempre stati molteplici i tabù e i luoghi comuni legati alle donne e alle mestruazioni.

Per molte culture, le mestruazioni rendevano la donna impura e pericolosa (e non è un caso che ancora oggi, quando una donna ha le mestruazioni, si dice che sia più nervosa e più acida del solito). Nell’Antico Testamento, si parla di impurità della donna, riferendosi al ciclo mestruale. Nel Codice di diritto canonico del 1917 si raccomandava che le donne non ricevessero la Comunione, durante quel periodo del mese. E fino a pochi decenni fa, in alcune regioni italiane si credeva che il sangue mestruale fosse capace di deteriorare i cibi e rendere sterili i campi. Le grandi religioni monoteiste hanno attribuito alle mestruazioni, evento fisiologico e naturale di ogni donna in età fertile, un carattere di blasfemia e di impurità.

E probabilmente, queste credenze e superstizioni hanno attecchito dentro di noi più del dovuto, tanto che ancora oggi appare strano, quasi provocatorio e sicuramente molto imbarazzante doverne parlare o semplicemente nominarle in pubblico, ad alta voce o anche per iscritto.

Cosa pensano gli italiani delle mestruazioni?

Essity, azienda globale dell’igiene e della salute, ha condotto una ricerca sul tema delle mestruazioni e sulle considerazioni che le italiane e gli italiani hanno di questo argomento. La ricerca è stata realizzata in collaborazione con l’Istituto di Ricerca sociale e Marketing Astraricerche, nel settembre 2019 e ha coinvolto 1633 residenti in Italia, uomini e donne, tra i 15 e i 65 anni.

Il Rapporto che è stato redatto successivamente al sondaggio ha mostrato come, nonostante il ciclo mestruale sia un evento fisiologico e naturale per una donna in età fertile, sono ancora molti i tabù, i pregiudizi e i luoghi comuni legati ad esso. La maggior parte delle donne italiane, il 51,3 per cento, considera le mestruazioni come un “evento fuori dalla normalità”; al 26,5 per cento causa disagio ed imbarazzo parlarne; ma i dati più interessanti sono questi: per il 25,7 per cento le mestruazioni sono un evento invalidante e il 13,5 per cento delle donne in età fertile dichiara di avere un ciclo mestruale molto doloroso (dismenorrea invalidante) mentre per il 40,6 per cento è abbastanza doloroso.

Ed ecco che per molte donne le mestruazioni non sono soltanto motivo di vergogna e di imbarazzo ma anche un evento doloroso e invalidante che limita la propria vita lavorativa, scolastica e familiare. Ed è proprio in questo contesto e sulla base dei dati di incidenza dei dolori mestruali che nasce la discussione sul congedo mestruale, che è ripresa in Italia, in questi ultimi giorni.

Cosa è successo a Ravenna?

Pochi giorni fa è uscita la notizia del Liceo Artistico Nervi-Severini di Ravenna, la prima scuola in Italia a riconoscere il congedo mestruale alle proprie studentesse. Infatti, una modifica del regolamento d’Istituto, a partire dal 2023, assicura alle studentesse con dismenorrea (dolori mestruali) di poter presentare un certificato medico all’inizio dell’anno scolastico e di vedersi riconoscere fino a 2 giorni al mese di assenza giustificata, in deroga al vincolo di frequenza di almeno i 3/4 dell’orario annuale previsto dalla legge nazionale.

La richiesta di modifica del regolamento d’Istituto è stata accolta dal preside dopo che le rappresentanti hanno presentato ai docenti e alla presidenza le testimonianze di 16 compagne di classe che soffrono di dismenorrea e che ogni mese presentano dolori mestruali invalidanti.

Le ragazze del Nervi-Severini ce l’hanno fatta ma molte altre donne e ragazze in Italia no. Il dibattito sul congedo mestruale è in realtà molto acceso, anche tra le stesse donne che non sono tutte d’accordo nel ritenere questa misura necessaria a chi ogni mese vede limitata, dal dolore, la propria capacità lavorativa e scolastica.

Tra le critiche maggiori che vengono mosse nei confronti del congedo mestruale c’è il fatto che questo contribuirebbe maggiormente a stigmatizzare la figura della donna emotivamente e fisicamente debole. E inoltre viene evidenziato come il congedo mestruale potrebbe essere causa di discriminazioni in fase di selezione del personale e ostacolo all’incremento del tasso di occupazione femminile. In un Paese in cui una donna rischia di essere licenziata, anche se rimane incinta, la paura che possa subire lo stesso trattamento se si assenta due giorni al mese per dolori mestruali, è reale e legittima.

Tuttavia, ragionando così, si rischia di colpire doppiamente le donne; da una parte non si contrasta la pratica vergognosa che alcuni manager mettono in atto nei confronti delle donne, nel momento in cui queste diventano o stanno per diventare madri, e dall’altra si utilizza addirittura questa pratica come giustificazione per negare alle donne anche il diritto di stare a casa e curarsi, quando malate. La questione dell’occupazione femminile dovrebbe essere realmente affrontata e non soltanto strumentalizzata per negare alle donne altri diritti. Semmai, la critica che potrebbe essere rivolta al congedo mestruale è un’altra, ma ne parlerò successivamente.

Un po’ di storia sul congedo mestruale

Il dibattito sul congedo mestruale non nasce certo in Italia; nel 1922 l’Unione Sovietica fu il primo Stato ad introdurlo, seguito dal Giappone nel 1947 e dall’Indonesia nel 1948. In realtà però, in questi casi si trattava di misure che avevano il fine di tutelare le donne come madri e non come lavoratrici. In particolare, come spiegato dal professore dell’Università di Hong Kong, Izumi Nakayama, che ha studiato a lungo il congedo mestruale giapponese, la misura è stata utilizzata, in Giappone, per controllare la capacità riproduttiva delle donne: si pensava infatti che i lunghi orari di lavoro e le scarse condizioni sanitarie avrebbero potuto avere delle conseguenze sulla fertilità delle donne. Non appare quindi strano che il numero di congedi richiesti fu minimo, per la paura delle donne giapponesi di essere controllate e giudicate.

In Italia il dibattito sul congedo mestruale inizia nel 2016, quando le allora deputate del Partito Democratico Mura, Sbrollini, Iacono e Rubinato presentarono un disegno di legge che prevedeva 3 giorni al mese di congedo retribuito dal lavoro, in caso di mestruazioni dolorose certificate dal medico specialista. La proposta non fu approvata e non si è mai realizzata.

Il 15 dicembre scorso, il Congresso dei deputati spagnolo ha riconosciuto, alle donne spagnole, il diritto di ricevere una invalidità temporanea retribuita dallo Stato, in caso di mestruazioni dolorose e invalidanti. Inoltre è stata prevista la distribuzione di prodotti di igiene mestruale nelle scuole, nei centri penitenziari e sociali. Queste misure in ambito di salute mestruale rientrano all’interno di una più ampia riforma della legge sulla salute sessuale e riproduttiva e sull’IVG che, tra le altre cose, rende obbligatoria l’educazione sessuale in tutte le tappe scolastiche, oltre ad istituire un servizio Statale di assistenza specializzata sui diritti sessuali e riproduttivi.

In Italia invece una legge del genere rimane un miraggio e d’altronde facciamo ancora fatica a riconoscere la salute genitale, sessuale e riproduttiva come parte integrante della salute pubblica.

Parlare di mestruazioni significa parlare di salute pubblica

Eliminare i tabù legati alle mestruazioni e alla salute genitale e sessuale non significa soltanto liberare le donne (e gli uomini) da stereotipi e pregiudizi ma significa anche affrontare problemi di salute pubblica.

Le donne italiane che provano dolore e soffrono durante il ciclo mestruale sono comprese tra il 60 e il 90 per cento; la dismenorrea colpisce tra il 20 e il 90 per cento delle ragazze e delle donne in età fertile e il 30 per cento di queste presenta sintomi sufficientemente gravi da condizionare e limitare la propria vita lavorativa, scolastica e familiare.

Avere un ciclo doloroso può sottendere la presenza di una patologia ben più seria rispetto alla dismenorrea: l’endometriosi. 3 milioni di donne in Italia sono affette da endometriosi (il 10-15 per cento delle donne in età riproduttiva); e questa patologia ha delle conseguenze sull’infertilità e sulla difficoltà della donna di concepire. 

I tabù e i pregiudizi legati alle mestruazioni e in generale a tutto l’apparato genitale e riproduttivo femminile (e anche maschile) fanno sì che non si parli mai abbastanza di queste patologie. E non parlare di queste patologie significa non permettere alle donne (e agli uomini) di venirne a conoscenza e non permettere ai professionisti sanitari di formarsi in maniera continua ed adeguata; significa impedire o rallentare le diagnosi; significa condannare tante ragazze e donne a sofferenze inutili.

Nel nostro Paese infatti il ritardo diagnostico tra la comparsa di una mestruazione con dolore invalidante e la diagnosi di endometriosi è di 7-9 anni. Un tempo lunghissimo che aumenta gli anni di dolore, riduce la fertilità, causa dolore pelvico cronico e dolore alla penetrazione profonda. Il ritardo diagnostico rende necessari interventi chirurgici con possibili effetti collaterali a breve e lungo termine che aumentano il rischio di menopausa precoce e di infertilità.

Alle patologie quali dismenorrea ed endometriosi si aggiungono la vulvodinia e la neuropatia del pudendo, meno frequenti ma non per questo meno degne di nota. La vulvodinia ha una prevalenza del 10-15 per cento mentre la neuropatia del pudendo è causa del 4 per cento dei casi di dolore pelvico cronico. Queste patologie hanno ricadute sulla qualità della vita e sulle risorse economiche delle pazienti. Soltanto nel maggio scorso è iniziato l’iter parlamentare per vedere riconosciute la vulvodinia e la neuropatia del pudendo come malattie croniche e invalidanti nei Livelli Essenziali di Assistenza del Sistema Sanitario Nazionale.

Congedo mestruale: non è il fine ma è un mezzo

Tutte le donne sono diverse e con loro anche i propri cicli mestruali; non è giusto quindi obbligare né tanto meno impedire ad una ragazza o ad una donna di usufruire di una misura come il congedo mestruale. Personalmente sono d’accordo con la decisione presa dal Liceo di Ravenna ed auspico che, sulla scia di questa, anche altre scuole potranno muoversi nella stessa direzione. Allo stesso tempo penso che sia stato un primo passo, non sufficiente ma necessario, per permettere che venga aperta una discussione pubblica e politica sulla salute sessuale e riproduttiva, che fino ad oggi non è stata mai realmente realizzata.

Certo è che il congedo mestruale non è la soluzione alla patologia dismenorrea o ad altre patologie che colpiscono l’apparato genitale e riproduttivo femminile. Il dolore, che tu stia a casa, a scuola o a lavoro, purtroppo resta. E forse è questa la critica che potrebbe essere mossa nei confronti del congedo mestruale.

Il problema non è dove ti trovi quando stai soffrendo per le mestruazioni, il problema è soffrire per le mestruazioni

In Italia si pensa infatti che il dolore sia una caratteristica e condizione necessaria delle varie fasi della fertilità femminile: dall’ovulazione, alle mestruazioni, al parto, all’allattamento e al post-gravidanza, fino ad arrivare alla menopausa. Il dolore diventa normalità.

Se per tutti gli altri organi, sistemi ed apparati del nostro organismo vale la regola che, se hai dolore, vai dal medico specialista che cerca di indagarne la causa, fare diagnosi e trattare l’eventuale patologia con una terapia che ne permetta la guarigione, nel caso dell’apparato genitale e riproduttivo, la maggior parte delle volte, non è così.

Se quando hai le mestruazioni stai male e senti dolore, non fa niente ma anzi è normale. C’è sempre una borsa dell’acqua calda o un antinfiammatorio pronti ad aspettarti.

Questo pregiudizio probabilmente deriva dall’idea che la maternità, e in generale la possibilità di una donna di essere fertile e di concepire eventualmente un figlio, debba per forza richiedere sofferenza. Le madri e le ragazze o donne che saranno future madri devono, da subito, imparare a sacrificarsi e a mettere i propri interessi e il proprio benessere psicofisico al di sotto di tutto il resto.

Ed è proprio secondo questo principio che si configurano anche i diversi casi di violenza ginecologica e ostetrica che purtroppo anche nel nostro Paese si sono registrati negli ultimi anni (1 milione di donne italiane ha dichiarato di aver subito esperienze di violenza ostetrica durante il travaglio o il parto, negli ultimi 14 anni).

E quindi arriviamo alla critica che può essere fatta al congedo mestruale: questa misura non è una soluzione al dolore mestruale e non deve in alcun modo legittimare e rafforzare gli stereotipi legati alle mestruazioni secondo i quali, soffrire sia normale.

Il dolore mestruale, ovulatorio, durante i rapporti, nella menopausa non è fisiologico. Il dolore non è mai normale ma è il segno di qualcosa che non va e che deve essere necessariamente ricercata e trattata, così come avviene per le patologie che colpiscono tutti gli altri organi del nostro corpo.

Il congedo mestruale non deve e non dovrà diventare una misura atta a normalizzare il dolore ma semmai il punto di partenza e propulsore per permettere una discussione seria e aperta sulla salute sessuale e riproduttiva, delle donne e degli uomini.

Informare le persone, formare i professionisti, educare i ragazzi e le ragazze alla salute sessuale e riproduttiva: questo deve essere il compito della politica e della società.

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